Vivat Germania latina, Vivat Latinitas teutonica!

Luigi Rossi

Caminum Basle e Caminum Norimbergä

i passi del San Gottardo e del Brennero come portali economico-culturali (1200-1600) -persone, sentieri, merci e cultura tra Nord e Sud-



...E in la Magna se intra ad uno miglio

todesco da Trento, passato un ponte de un

fiume che intra in Atice ad una ecclesia de

sancto Olivero che fu vescovo Augustensis...

Antonio de Beatis,

Itinerario di monsignor r.mo

et ill.mo il cardinale de Aragona mio signor,

incominciato da la cita de Ferrara nel anno del Salvatore MDXVII

del mese di Maggio et descritto per me donno Antonio de Beatis

canonico Mefietano con ogni possibile diligentia et fede

(maggio 1517 – gennaio 1518)

1. 1 I percorsi delle strade romane si possono ridisegnare grazie agli itinerari del terzo e quarto secolo d.C. e al ritrovamento di pietre miliari che si sono conservate in più punti.

L'itinerario del Brennero si ordina tra Augusta Vindelicorum (Augsburg) - Partanum (Partenkirchen) e prosegue toccando Scarvia (Scharnitz o Mittenwald) - Veldidena o Vetonina (Wilten, Innsbruck) - Matreium - Vipitenum (Sterzing) - Sublabione (Layen) - Pons Drusi (Bolzano) - Endida (Enn Neumarkt) - Tridentum (Trento) - Sarnis e Verona.

Il percorso del Reschenpaß (Passo di Resia) sembra non facesse parte della categoria delle vie principali: su questo itinerario non è mai stata trovata una pietra miliare, numerose invece sul tragitto del Brennero. [1]

Nel 1935, durante la costruzione della strada nei pressi del Brennersee, venne alla luce un tratto stradale formato da lastroni di gneis con tracce lasciate dai carri transitati. [2] Risulta interessante una iscrizione latina [3] di fine Settecento che, purgata della retorica, sottolinea come il percorso tra Wilten e Matrei unisse le antiche città della Raetia e fosse stato aperto per facilitare il passaggio delle legioni romane, come dimostrano le pietre miliari dell'era di Settimio Severo e Giuliano, visibili nell'anno 1782 nel castello di Amras. L'iscrizione decanta, inoltre, il percorso che permise il transito degli imperatori tedeschi diretti a Roma e la lungimiranza e munificenza di Johann Gottfried, conte di Heister e Gubernator della nazione del Tirolo e di Johann Andreas Leicharting, consigliere governativo e responsabile del sistema viario, che resero possibile il miracolo d'un percorso che appare simile a " fusione metallica, arditamente fatta brillare dalla roccia." [4]

La più antica relazione sul percorso Italia-Germania, lungo il Brennero, è dell'abate Albert von Stade (un convento nelle vicinanze di Amburgo) e risale al 1250. Egli ci ha lasciato la sequenza dei luoghi toccati, indicandone le distanze dal Sud sino a Bolzano in miglia italiane (1,5 chilometri) e da Bolzano verso il Nord in miglia tedesche (7,5 chilometri). Egli ricorda le seguenti località: Covale (all'uscita meridionale della Valsugana) –Grind (Grigno)LevicTarentum (Trento)Novum Forum (Neumarkt) –Branzolle – Bozan – Rethen (Ritten) –Clusa (Klausen) –Brixia – Sterzingen – Matarei –Enspruck – Cirle – Medenwalde (Mittenwald). [5]

Per il Reschenpaß il primo indicatore stradale risale invece al XV secolo.

I resoconti di molti viaggiatori e pellegrini ci aiutano a comprendere la complessità del particolare universo alpino e la pericolosità delle sue vie e passi. Agostino Patrizzi relaziona nel 1471 della via lungo l'Eisack (Isarco), atterrito quasi dalle forti svolte e dai precipizi. Leonardo Bruni, che nel 1415 si dirige al concilio di Costanza, descrive la via da Nauders attraverso il Finstermünz, così: "Una scoscesa e stretta via conduce in una profonda voragine, sulla parte destra un monte mostruoso e sulla sinistra vertiginosi precipizi." [6]

1.2 Antonio de Beatis narra dettagliatamente, amalgamando scrupolosità e curiosità, il viaggio del cardinale Luigi d'Aragona, rappresentante di spicco della corte di papa Leone X, nelle terre della Magna, Olanda, Francia e Italia settentrionale. Il viaggio si compì tra il 1517 e il 1518 partendo da Ferrara e proseguendo per Ficarolo, Melara, Isola della Scala, Verona, Rovereto, Trento, Bolzano, Brennero... [7]

Il percorso fra Trento e Innsbruck, nella relazione del De Beatis, è intercalato da informazioni sia su luoghi oggi non più identificabili, sia sulle città toccate. La cronaca del viaggio diventa interessantissima quando descrive le città europee visitate: Colonia e Parigi, Norimberga e Ulm, Costanza e Spira, Aquisgrana e Anversa, Rotterdam e Malines..., fino al Principato di Monaco e San Remo (distante XX miglia di tristissima via), Savona e Genova (molto populosa et bella), Alessandria, Casale e Milano. Il De Beatis riesce, qua e là, a farci conoscere l'Europa della sua epoca, certi quartieri, chiese e palazzi, taverne e cripte, usi e costumi, strade e paesaggi. Egli pennella la città di Colonia, descrivendo l'indole e le caratteristiche fisiche dei tedeschi dell'epoca, senza ritrarre l'occhio e i sensi dall'universo femminile.

Il segmento Trento-Innsbruck, che immette nella Magna superando le Alpi orientali, nella descrizione del De Beatis è ricco di informazioni sulla regione e sui paesaggi attraversati, di notizie su notabili, personaggi e artigiani e si sofferma persino su aspetti etimologici e sulle abitudini, con telegrafiche annotazioni sulle località dove si consumarono il pranzo o la cena.

"XIII - Da Trento, che è assai bona cita posta in piano et copiosa di acque che li correno per dentro (dove si pransò in castello con el r.mo et ill.mo vescovo che lli che ha il temporale et spirituale) per viderse il corpo del beato Simone et l'artellaria de la M.ta Cesarea quale è bellissima et in gran numero, maxime di pezzi grossi, se andò ad cena ad Soloron, distante tre miglia todeschi. (Advertendo che ciascuno miglio dessi son cinque de Italiani). Et in la Magna se intra ad uno miglio todesco da Trento, passato un ponte de un fiume che intra in Atice ad una ecclesia de sancto Olivero che fu vescovo Augustensis; quale essendo in Italia et desideroso de retornare in la Magna, oppresso di grave infirmità se votò ad Dio li facesse gratia farlo morire subito intrato la Magna et arrivato ad quel loco, dove fu constructa dicta chiesiola in nome suo, expirò.

In dicta cita il signore fu visitato dal ill.mo duca de Bari fratello de Maximiliano Sforza figliolo del Moro, benché di altro essere chel decto suo fratello: che invero lui è signore di gran litteratura, strenuo et prudentissimo.

XIII –Da Soloron ad pranzo et cena ad Bulzan, villa murata del vescovo di Trento de più de DCC fochi, piena de acque, fontane et bene edificata; è distante IIII miglia; dove son due belle ecclesie. Vicino a la dicta villa ad mezzo miglio todesco el fiume Atice se lassa ad man mancha, perché diverte la volta di Merano per una valle che va in terra de Sguizari donde ha origine. Et in tale loco in Atice entra un fiume chiamato Isachar, quale passa vanate Bulzan, et in lingua todescha per ethimologia vol dire sacco de neve, et è così in effecto, che non ingrossa si non quando se dissolveno le nivi. La valle per la quale si cavalca da qua inante è dicta de Isachar.

XV – Da Bulzan ad pranzo et cena ad una villa murata dicta la Chiusa che è distante IIII miglia et è del vescovo di Brissinon.

XVI –Da la Chiusa ad pranzo et cena ad una hosteria dicta Isacho distante IIII miglia; per mezzo del camino è la cita di Brissinon, quale non si è molto grossa è bene ordinata et habitata. Lli il signor lassò caparro per un organecto se ha da fare per un maestro che di simili instrumenti è tenuto excellentissimo.

(XVII) –Da Isacho ad pranzo et cena ad Stainech che sono cinque miglia et mezzo per via; distante da Isaco II miglia è una villa dicta Strenzilingh che consiste in una strata ben lunga. Et in uno locho che si chiama Brenden al pie de un monte son doi laghetti: l'uno che da principio al fiume Isacho, et l'altro ad un fiumicello che se dice Sileche, qual corre verso Inspruch, et da qua se comprende che dal dicto loco se incomenza a descendere, et li doi fiumi predecti che non son grossi, come è decto, ne li principii loro son piccolissimi.

In dicta villa de Stainech è una casecta de lo Imperatore, dove allogia quando vi viene per fare la caccia di camosce et di cervi quali cazzino da li monti et li fanno calare in un rivo che passa avante dicta casa et lli li ammazzano con balestre et schioppecti; et in memoria di ciò, in dicta casa sono dentro affisse se para de corna de cervi bellissime, ne la radice loro dorate con le arme di quelli signori che li hanno ammazzato, et similimente vi sono de corna de camosce.

XVIII –Da Stainech se andò ad pranso ad Inspruch, sono tre miglia et mezzo et ad mezzo miglio da Stainech è una villa dicta Matrigna dove è una bella strata de case et convenienti allogiamenti.

Inspruch è terra locata in piano non molto grande, ma assai bene abitata, forte, bella et allegra. Lli la Ces.a M.ta sta volintieri et secondo dicano nee è alloggiata più volte con VI milia cavalli, et vi se lavora perfectissimamente de armature che risisteno non solo ad balestre (come habbiamo visto di quelle che il signore vi fe fare) ma ancora ad schioppecti: non so si aviene più da l'artificio che dal ferro et tempera de l'acqua. Le case sono molto vaghe, ornate di tecti, fenestre et di fazziate, pero al modo loro. Strate larghe et per dentro rivi et fontane assai. Per avante le mura li corre el fiume Enus che vulgarmente li dicono Ino, et da esso in lingua todesca è chiamto Inspruch, che vol dire ponte sopra Ino, quale si non molto grande è bello. La dicta terra è Brissinensis diocesis..."

1.3 (COLONIA & LA MAGNA) Antoniode Beatis sembra ammaliato dalla Magna. Racconta affascinato della natura e delle persone, delle città e delle tradizioni, dei santi e martiri, dei reggitori temporali e spirituali. Il suo occhio si sofferma sulle ricchezze, sulle mura, le porte delle città, i mercati, i mulini, sulle vigne, sul colore e sulla morbidezza della pelle, persino sulle osterie e sulle ostesse.

Si tratta di un'opera invitante e linguisticamente intrigante. Essa descrive la Magna nel momento in cui viene manifestandosi la crisi del capitalismo italiano che, tra il 1300 e il 1500, visse un'epoca di successi. Lentamente e inesorabilmente l'imprenditoria italica, sia mercantile che feneratizia, verrà messa fuori gioco dalle nuove forze dei mercati, porti e borse del Nord Europa. Venezia e Genova, Milano, Firenze e Verona, Novara, Chieri e Asti venivano sostituite da Anversa, Amsterdam, Lubecca, Brema e Amburgo. Ormai la ricchezza e le merci risalivano il fiume Reno.

Antonio de Beatis ci parla qua e là anche della presenza di mercatores italici. [8] Egli non sembra accorgersi della depressione economica che lentamente si riversa sull'area mediterranea, avviando quei secoli di crisi socio-economica che toccheranno anche il ventesimo secolo. Neppure avverte, tra il 1517-1518, il vento della Riforma.

Egli ci ha lasciato una bellissima panoramica sulla città di Colonia. Vi compare tutto ciò che rende la città renana una piccola Roma sulle rive del padre dei fiumi europei: le chiese, i conventi, i sepolcri. Non mancano accenni al pane, al vino, alle carni, hostarie e piumoni. Neppure gli sfugge un segnale del tempo, in un Paese dove se fa gran justitia: ruote e patiboli con i cadaveri degli sventurati, homini et donne.

"Quella cita è in piano sopra la sinistra parte del Rheno in forma de mezza luna bellissima et populosissima più che tucte le altre che se son viste in la Magna alta, sí de case, quali generalmente di pietre et grandi, bene edificate, come di piazze, strate, ecclesie, et de qualunche altre cose possano ornare una cita. Di spirituale et temporale è del vescovo. Et vi sono una infinità di bellissime reliquie, videlicet in lo episcopato, quale si fa assai grande et bello, et nce è principio de due torre o campanili sopra la porta principale de la ecclesia molto superbo; se mostrano le teste di tre ri Gaspare, Baldasar ed Mel chior, quali habiamo viste per cancelli in una archa ferriata, dove dicono anche essere li corpi loro; et in una cassa lavorata de argento et d'oro ricchissima con alcune gioye et uno cameio o camuino bellissimo è un corpo di martire. In la ecclesia di sancta Ursula è il corpo suo con XI mila virgini che furono martirizate dove adesso è constructo il locho di fratri predicatori. Dicte reliquie de XI milia virgini sono compartite et divise maxime le teste per tucte le ecclesie di Colonia et per molte altre ecclesie di Christiani. In san Francesco che è del ordine di fratri minori conventuali è il corpo de Scoto reposto in mezzo del coro, et la pietra del sepulchro releva un palmo sopra dove è la statura sua de bronzo di mezzo rilievo. In lo convento de fratri de san Dominico è il corpo de Alberto Magno quale sta sopra terra innante lo altare magiore in un sepulchro; et sopto la prima è una coperta de vetro per donde si vede il corpo vestito con l'habeto suo di san Dominico; et per la testa et l'ossa che son pur coniunte benché scarne se demostrano le fazzioni et come Scoto per quello si vide era di poca statura, così Alberto era di gran persona. In la libraria de dicto loco ce è de natura animalium scripta di sua mano et la cathedra dove lui legeva.

In santo Pentaleo monasterio di santo Bendicto è il corpo di santo Albino Englese in carne ed osa quale morse secundo la relatione di quelli patri de li MCC, et lo vedde el signore et tucti noi altri. Così anchora molte altre leliquie di teste, brazze ed ossa di martiri chi sono in varie ecclesie de decta cita. Dove anche è un montecto dicto Campidoglio; in che è edificata una ecclesia di santa Maria, qual se serve per canonichesse regulare in gran numero, come anche in più terre de la Magna et de Fiandre, quale dicano loro officio in choro pubblicamente et do poi del mangiare in comune et dormire in monasterio il dì ad due ad due vanno fora ad lor piacere et se servono de fantesche et molto signorilmente et sempre che vogliano se ponno maritare legitimamente.

La ditta cita dicano che sia de più de XV milia fochi et che da matina ad sera possano cacciare fora XVIII milia fanti bene armati. Vi sono XII conventi di religiosi et XIII ecclesie parrochiali.

Et perché Colonia secondo molti è fine de la Magna Alta et principio de la Bassa over de Fiandre, par conveniente dire succintamente le qualità de dicta Magna Alta. Advertendo principalmente che da cinque miglia da Verona, come è decto, infine ad Inspruch et dalla quasi ad una jornata da Augusta, se va per monti asprissimi de saxi vivi che vanno infine al cielo et ce se cavalca continuamente per valli che si va pianissimo, et similmente si fa per alcuni altri monti intervallati che havemo passati in fine ad Colonia, per dove si può andare con carrecte per tucto comodamente, come ja vanno et vengano infinite di continuo, essendo il costume loro de portare ogni cosa in carrecte di quactro rote, et tale è che porta più robba che non quactro di quelle di Lombardia et son tirate da molti cavalli et passanti. Per tucto se allogia commodamente et, benché, come passi Trento, non si trovano più vigne quasi in fine al Rheno, in tucte hostarie se hanno due sorti de vini, bianchi et rusi, boni et delicati et de quelli alcuni salviati, sambucati et rosmarinati. La cervosa così in la Magna come in Fiandre è universalmente ordinaria. Bone carne de vitelle, pulli assai et optimo pane. El vino in fine ad Colonia non è molto caro et le vitelle vilissime, de modo che in alcuni lochi le mangiammo quactro al ducato d'oro. Non usano altro camino che quello dela cocina, el resto son tucte stufe et in ogni stufa è uno stipo ben lavorato in certa foggia, dove è un vaso di stagno che serve per lavatoro; et si dilectano grandemente di tenere in quelle varii ucelletti in cabie lavorate con molto artificio et bizarrie et alcuni liberi che escino et entrano ad lor piacere. Tucti usano lecti de piume con sopra coperte pur de piume, ne in quelli se sente un pollice ne cemici alcuno, sì per la fredizza del paese come per untare le colcitre di sopto et di sopra di certa mistura, quale secondo dicevano Todeschi ultra che sia contraria ad cemici et ad ogni altra brutticia indura tanto le faccie de dicte colcitre che parno dormendovi matarazzi pieni de fina lana et quella usano solamente de estate. Li dicti lecti son grandi et capezzali grandissimi, havendo tanta quantità de oche che più volte ne ho viste per la Magna ad CCCC insieme. Ben vero che in una camera porranno tanti lecti quanti ce ne possano capere, el che è incommodo et inlaudabile; et dove se dorme ne ce è caldo de stufa ne camini da posservi fare del fuoco; cosa assai disproporcionata ad uscire dal caldo et dispogliarse in così extremo et excessivo freddo; ma perché entrando in quelle piume deventano subito fuocho, non se ne curano altrimente.

Vi sono boschi assai et grandissimi più de abbeti et pini che de altre spetie et maxime la selva Arduenna anchora che se annota in Franza incominza da la riva del Rheno. La Ericina, quali principia da li Alvecti et tira per lo Danubio et tocca molte nationi, etiam che se scriva la larghezza sua de più de VIIII giornate bene expedite et la longheza XL, non però dove l'habiamo cavalcata noi l'havemo vista assai largha et dissipata. Non hanno poche terre seminatorie, et benché non usano gran frumenti et orgi, recoglino secala et biada in quantità et altri legumi do poi de ceceri, che mai ne veddimo. Vi è anche gran copia de vacche rosse ma piccole, de pecore et porci ma non molta, de l'uno ad mio iudicio non possendovese governare per le continue nivi vi sono, de l'altro che non li mangiano si son salati. Li casi non son troppo boni, maxime che ad Todeschi si non è marcio il formagio non lor piace et essi hanno in stima un caso verde chel fanno artificiato con succhi d'erbe, che quantunche picca et sia odorifero niuno Italiano il mangiaria. De fructi trovaimo di bone visciole et quantità grande arbori de mela et pera assai per tucto, benché non fussero maturi, et anche qualche prugno. Le donne anchora che li vasi loro tengano nectissimi, esse generalmente stanno spurcissime, tucte vestite ad un modo de panni vilissimi; però belle et piacevole, et benché secondo la relatione di nostri de la compagnia fredde de natura, pur lascive. Le virgini per tucto il tempo se trovano fiori portano in testa corone lavorate di varii colorati fiori, et maxime li dì festivi, et anche li pucti chi servino a le ecclesie et li scolari. Le dicte donne per la maggior parte vanno scalze, et quelle che hanno scarpe non han calze, ne li vestiti son cussi lunghi che lor copreno le gambe, perché son tucti corti et stretti. Vanno con collecti et barrecte di pieche sopra li capelli revolti in trezze et legate intorno la testa, et questo per li gran freddi vi sono. Le donne grandi et ricche portano certi involti larghissimi in testa et sopra un velo bianchissimo spesso et soptile sametato, che sta fermo et reducto in certe piche, di modo pareno molto maiestose, et ad quelle che guardino o che vestino de corrutto et duolo, decto velo pende dietro le spalle tre et quactri palmi. Tucte vanno in gonnella, et per la più parte di saia negra et poche di seta. Hanno costume sempre che vedeno passar forestieri et homini da bene maxime di esterne nationi, levarse in piedi et fare reverentia.

In tucte hostarie son tre et quactre fantesche da servire jovine et belle; et tanto la hostessa et figliole come le dicte fantesche, anchor che non si basano vome le ciambrere di Franza, per cortesia se tocca la mano ad tucte et se abrazano per lo mezzo, dandoli anche una strecta di brazze, et se convitano spesso ad bevere con usare libertà grande di parlare chi lo sa, et manigiare, pero sopra panni, Tanto le donne como li homini frequentano molto le ecclesie, dentro de le quali ciascuno parentado ha suo scabello propriato, de modo che tucte le ecclesie sono intavolate et li sedili ordinati da una banda et da l'altra con un pocho de vacuo per mezzo come stanno le scole dove se lege publico. Solamente per preti resta vacuo el choro. Lli non se parla de mercantie ne se festegia come in Italia; solo se actende ad ascultare le messe et l'officii divini et al dire de loro orationi tucti ingenochioni. Generalmente per tucta la Magna sono bellissime fontane et molti capi d'acque che macenano molina. Pesci de laghi et fiumi etbone tructe non mancano mai, perché non è oste che non abia uno et doi vivarii, inante l'hostaria, facti de legnamo et serrati con chiavi, dove tengano pesci vivi, in li quali intra et esce l'acqua de fontane talmente, che si conservano vivi longo tempo et assai bene. El signore in tucte terre franche et anche in li doi cantoni de Suizzeri che passammo, fo visitato de le comunità et presentate de vini, biada et pesce; benché è lor costume fare el simile con tucti signori tanto spirituali como temporali che vi passano.

Li homini de la Magna generalmente sono alti, ben proporzionati, robusti e di vivace incarnatura. Tucti da che nascono portano arme et non è nulla cita o villa, che non habia un loco deputato dove ordinariamente ogni dì festivo se tira di balestre et di schioppecti et si manegiano piche et ogni altro gieno de arme che essi usano. Per tucto habiamo trovato rote et forche infinite, quali non meno sonno ornate di fabrica, che in vero le fanno ornatissime et sumptuose, che li homini appicati et anche de alcune donne iustificate, de modo che da ciò se comprende che se fa gran justitia, quale non è dubbio in tali paesi sia necessariissima. Perché abitando tucti gentilhuomini fora de le cita in lor castelli chi son fabricati in lochi fortissimi dove se retirano molti rubaldi, quando la justicia non fusse così grande non vi se potria vivere. Et con tucto ciò fora del contado de Tirolo se fanno assassinamenti assai. Però è da sapere che in tucta la Magna maxime in terre franche governano populani facultosi et de auctorità; che dove hanno alcune stantie commode, et alle cita vengano una o due volte el mese. Et lo guverno et justicia de dicti populari è tale et tanto severa, che in Nurimberch a li anni passati, secondo ne fo referito lli, sucesero doi garn casi.

... Il tormento de le rote è questo che sopto le brazze del condennato ad morte pongano dei legni distesi in terra, et lo boia o manigoldo con la bocta de rota de lignamo li spezza il brazzo, poi l'altro et similmente tucte due le gambe et per ultimo lo spezza con dicta rota per mezzo de la schena, et così spezzato sopra de quella sullevato quanto è l'altura de un gran trave piantato in terra, l'esce el misero fiate; et veramente che tal morte è crudelissima, impero che molti disventurati per maggiore pena et distratto in cotale horrendo spectaculo son stati vivi doi et tre giorni. Et di simile rote che ciascuna desse havea il suo in cima, in tal luoco fu, che ne trovaimo piantato tucto un campo...

Questa era la Magna attraversata da Antonio de Beatis nel 1517-1518.

Il Paese non cambiò di molto, neppure dopo il barbaro momento della guerra dei Trent'anni, che avviò lo splendore dell'epoca barocca e rigenerò la presenza italiana nell'area di lingua e cultura tedesca, radicando in quell'humus economico e culturale nuove dinastie di artigiani, capomastri, artisti, ambulanti e avventurieri provenienti dalle aree alpine e prealpine.

I molti visitatori italiani arrivati a Colonia nei secoli XVII e XVIII affermavano unanimi: Qui non vidit Coloniam, non vidit Germaniam.

1.4 (ALTRI ITINERARI ALPINI) La principale via alpina orientale rimanda sia al percorso che taglia Aosta e s'indirizza al Gran San Bernardo, sia all'itinerario che s'innesta sul Sempione. Chi punta sul San Gottardo, il mitico Mons Elvelinus, cercherà di superare il grande portale che immette nel cuore del Continente.

Il passaggio alpino, nell'una o nell'altra direzione, comportava nell'antichità il superamento di paure ancestrali. Lo stesso Annibale, secondo il racconto di Tito Livio, dovette rivolgersi al proprio esercito, pronto alla traversata delle Alpi nel 218 a.C., puntando sull'osservazione d'una realtà e consuetudine onde allontanare timori primordiali e incitare con forza i propri guerrieri a credere solo in se stessi:

"Che cosa credete, che le Alpi siano diverse dalle altre montagne? Anche ad immaginarsele più alte della catena pirenaica, in effetti nessuna terra giunge fino al cielo, e non ce n'è che gli uomini non possano scalare. Le Alpi sono già state popolate e su di esse si è costruito; vi si generano e nutrono esseri viventi. I passi sono dunque superabili anche da un esercito. Gli inviati che qui vedete, in fin dei conti non sono giunti da oltre le Alpi volando. E neppure gli antenati di questi Galli erano indigeni, ma erano andati oltre le Alpi da contadini quali erano, e avevano superato i monti senza pericolo, spesso in grandissimo numero, con mogli e figli, alla maniera dei popoli migratori. Che cosa può dunque essere impercorribile e insuperabile per un guerriero che con sé non porta altro che le proprie armi?" [9]

La conquista dell'universo alpino e la delineazione dei tracciati dovette, nei tempi antichi, arrivare a patti con le entità e i miti che lo abitavano. Ne sono testimonianza le infinite coppelle (tracce votive o primitive indicazioni viarie o strumenti per la misurazione astronomica o misuratori per masse metalliche?), le incisioni antropomorfe e i numerosi graffiti rinvenuti su tutto l'arco alpino, oltre alle leggende e riti che si perdono nella più profonda temporalità. Le lastre votive e funebri rinvenute a Sitten hanno più di 4000 anni, [10] l'insediamento più antico nei pressi di Zeneggen è databile al 1800-800 a.C., [11] l'antica via dello stagno saliva il Gran San Bernardo e lo Jura, per raggiungere la Cornovaglia, [12] il tutto testimoniato dal rinvenimento di monete greche, romane e medievali. Anche per quel che riguarda il Sempione si ritiene che nell'epoca compresa tra il 1800 e l'800 a.C. esistesse un percorso, sostituito da un altro nell'epoca romana. Oltre ai passi primari venivano utilizzati, con grande frequenza, i passi secondari come il Teodulo.

Su tutto l'arco alpino s'era formata una trama di itinerari che dirigevano in ogni direzione ad una altitudine maggiore degli odierni e che non sono ordinabili nell'attuale sistema. [13] Simili percorsi muteranno verso il 1500, quando i ghiacciai riconquisteranno, dopo l'optimum climatico medievale, ampie aree verso il basso, cancellando località e insediamenti che mantengono, ancora oggi, un'etimologia che rimanda ad altre epoche. [14] Ciò vale per il ritrovamento di armi e attrezzi utilizzati due millenni prima della nascita di Cristo e rinvenuti a 2500 metri d'altezza, come per località in cui si lavorava la pietra ollare prima dell'epoca romana e medievale. Come non ricordare il ritrovamento, sempre nell'area del passo del Teodulo, di numerose monete romane ora, in buona parte, custodite nel locale museo di Zermatt? Vista la tipologia di questi reperti, che si dipana dal primo al quarto secolo dopo Cristo, deve trattarsi [15] di offerte votive alle divinità del passo. Che nel periodo romano questo passo secondario fosse percorso da carri è testimoniato dal rinvenimento di un lungo tratto di lastroni solcati dalle ruote.La prima notizia del rinvenimento è del 1932 e soprendente rimane il riporto della quota del passo: 3000 metri. [16]

L'universo alpino è stato spesso relegato in una particolare categoria, altro e diverso da ciò che pulsava nelle pianure meridionali e settentrionali. Altro e diverso nei suoi riti e costumi: un universo che viveva la sola durata del passaggio e che sembrava completamente slegato dalla temporalità del presente. Eppure è possibile rilevare ancora oggi elementi che uniscono larghe aree alpine e prealpine ad una lingua e tradizione comune. Riporto come esempio: " il covone, in tedesco Garbe, [è] un nome che ritroviamo anche nell'area brigasca, alpi occidentali garba, nelle valli cuneesi gerbo ... La parola Garbe portata dai popoli germanici che invasero quei territori venne assorbita anche dalle lingue romanze, ad esclusione dell'italiano: in francese si dice gerbe, in catalano garba. La stessa radice si trova però... in alcuni dialetti anche in Italia..." [17]

Solo negli ultimi decenni si considerano le diverse e molteplici comunità alpine come essenziale raccordo tra Nord e Sud, ad unire Europa centrale e Mediterraneo. Sin dal V secolo avanti Cristo, prodotti greci ed etruschi (vino, ceramiche, bronzi e oggetti diversi) superano i passi alpini e vengono scambiati con materie prime come ambra e stagno. Con le merci si diffondono idee, costumi, alfabeto e scrittura, concezioni architettoniche e urbanistiche, l'uso della moneta ed espressioni artistiche. L'area alpina rimane un serbatoio di tradizioni, costumi e lingue e, nel corso dei secoli, una riserva sociale, economica e culturale con una struttura viaria la cui importanza assume un rilievo particolare se la consideriamo come continuazione e collegamento di percorsi che uniscono diverse culture e lontani siti del Continente.

2. 1 Dall'area della Magna ci si dirigeva a Sud, verso la penisola italiana, puntando su Basilea e il Reno era un buon compagno di viaggio. Questo è riferito dagli storici e da viaggiatori sulle cui pagine si legge di armati, pellegrini, mercanti e vagabondi che, una volta raggiunta la città di Basilea, sceglievano gli itinerari alpini con i loro passi innevati e pericolosi, conosciuti solamente da selvatici montanari, eremiti, orsi e volpi e i cui cieli erano cerchiati dagli ampi voli delle aquile. Gli itinerari erano antichissimi, sia che si trattasse del Gran San Bernardo, del San Gottardo, del San Bernardino o del Brennero. Già i romani, con i loro soldati e convogli, attraversarono l'Helvetia, dal Bodensee (Lago di Costanza) verso Zurigo, Brugg, Solothurn, Avenches e Ginevra, incolonnati su questi percorsi, non sempre lastricati e continuamente sotto la minaccia di ponti crollati, corsi d'acqua ingrossati e tumultuosi, e paurose frane. Il Brennero, [18] ad oriente, porterà mercanti, viaggiatori e pellegrini verso i territori di San Marco e i porti sull'Adriatico, dove una nave li avrebbe condotti in Terrasanta o a un approdo nell'Egeo.

L'itinerario più affidabile, sulla direttiva Nord-Sud, era la vecchia strada romana che superava l'Hauenstein e si dirigeva verso Solothurn. La parte superiore dell'Hauenstein portava al Gran San Bernardo e univa Ginevra con Lione e Barcellona. Nell'Hauenstein inferiore s'avanzava a dorso di mulo con, da una parte, baratri da levare il respiro. Superato Wallenberg i carri dovevano, per proseguire, venir imbragati, sollevati e abbassati dalla forza e dall'azione d'un argano. Era uno dei momenti più solenni e rischiosi di tutta la traversata elvetica. I carri restavano, per alcuni attimi, sospesi sulle rocce e sullo strapiombo. Qualche volta cedettero le corde e le catene e il tutto si frantumò e si sparse per la disperazione del mercante e dei suoi servi. Solo verso il 1563 s'aprirono strade e sentieri nella roccia che permisero alle carovane d'avanzare più speditamente.

Erano itinerari che, nelle valli più strette, venivano controllati dai castelli e dai vogti e dalle stazioni daziarie. Senza dimenticare predoni e banditi che non temevano né il patibolo, né l'ira e le maledizioni di vescovi-principi e conti.

Il Gran San Bernardo era la grande via di collegamento Nord-Sud dei tempi antichi. Il superamento del passo per militari, pellegrini e mercanti, abbisognava d'una guida ed era sempre un grande rischio, in qualunque stagione, per le numerose carovane. Non mancarono viaggiatori che preferirono svernare nei villaggi innevati, piuttosto che avventurarsi sugli infidi e pericolosi sentieri di questa regione.

Dal secolo XII, con la via del San Gottardo, inizia la decadenza di questo passo alpino. Il Gran San Bernardo, dal 1400 al 1800, rimarrà la via prediletta dell'emigrazione dalle valli aostane e valsesiane verso il centro Europa. Migliaia di muratori, scalpellini, peltrai, merciaioli, spazzacamini, balie, donne e bambini si riversarono sui fianchi di queste montagne per invadere l'Europa centrale alla sola ricerca d'un boccone di pane. Pochissimi s'imbatterono nella fortuna, i più crollarono stremati lungo il viaggio o nei vicoli e nei chiassi delle città europee.

Con la percorribilità del San Gottardo aumentò la rivalità commerciale tra Genova e Milano da una parte e Venezia dall'altra per il possesso e il controllo dei mercati continentali. Le principali vie italiane per il centro Europa erano, ormai, quella del San Gottardo e quella del Brennero. La prima venne chiamata Caminum Basle, il percorso più diretto da e per la Fiandra, dove la città di Basilea risultava confluenza di attività economiche e culturali che si sarebbero poi sparse e ridistribuite in ogni direzione. Città e mercanti lombardi e genovesi mantennero questo itinerario, definito anche come via del Reno. L'abate Albert von Stade ha lasciato scritto: "Cum veneris Basileam bene fac pedibus tuis, et intrando navem descende usque Coloniam." [19] La via del Gottardo [20] farà ben presto scordare il Sempione.

La seconda venne chiamata dai contemporanei Caminum Norimbergä, [21] e puntava sulla città bavarese che "per il concorso di mercanti può essere considerata il punto centrale d'Europa," come la definì il matematico tedesco Johannes Regiomontanus [22] che la scelse per viverci in quanto poteva "facilmente procurarvisi tutti gli strumenti necessari, anche quelli più sofisticati utili allo studio dell'astronomia e perché vi può tenere contatto con gli studiosi." [23] Dalla metà del XIV secolo Venezia intensificherà i propri traffici sulla direttiva del Brennero, una via che, grazie ai viaggi e transiti imperiali, riesce ad imporsi a partire dal Mille. I vantaggi del Brennero, nel confronto dei passi alpini svizzeri, consistevano nella minore pendenza e nella possibilità di transitare con carri. Anche mercanti lombardi ed emiliani, di Basilea e San Gallo riconobbero questi vantaggi.

I luoghi dell'economia (dal centro produttivo, ai magazzini e fondaci, alle vie e percorsi sino all'area di smercio) a partire dal XIV secolo vivono una generale modificazione, tendente a realizzare una migliore e regolare distribuzione delle merci e dei servizi.

Si ricercano itinerari più diretti da/per le fonti di approvvigionamento delle materie prime usufruendo di mezzi di trasporto via terra-via mare più sicuri, capaci e moderni. I fondaci dei mercatores italici (genovesi, veneziani, amalfitani, anconetani, palermitani...) si moltiplicano su tutta l'area mediterranea. Le maggiori città europee sono coinvolte in questa rivoluzione economica, culturale e architettonica. Esse verranno ridisegnate e rinnovate anche in funzione dello sviluppo delle arti, mestieri e mercatura. L'area del mercato, i quartieri delle arti e mestieri o quelli dedicati allo studio e alla conduzione politica e religiosa, saranno il cuore di città come Venezia, Firenze, Norimberga, Augusta, Worms, Magonza, Francoforte, Colonia... e Parigi, Londra, Siviglia, Anversa e Amsterdam.

Dal 1200 assistiamo, in Europa, alla nascita di diverse città-portus. Dove il "portus è una piazza permanente. È un centro di transito ininterrotto...; è un agglomerato di mercanti che non solo lo hanno eletto come luogo di residenza, ma vi hanno collocato i propri fondaci..." [24] e dove s'indirizzano convogli carichi di mercanzie: spezie, seta, vetri, vino, broccato, frutta secca... che, per giungere a Basilea e Norimberga, avevano percorso i sentieri che s'inerpicavano per i monti e i passi alpini.

Oggi il paesaggio alpino è familiare a tanti. Si presenta con strade larghe e asfaltate e con gallerie e viadotti che hanno contribuito ad accantonare una storia non molto lontana nel tempo.

3.1 (IL COMMERCIO) I primi mercanti italiani dei quali la storia ci ha documentato il superamento del San Gottardo, furono due lanavendoli di Monza con le loro balle che, il 10 aprile 1294, furono arrestati a Urserenthal. È in questo periodo che il monte assume il suo nome attuale e dell'epico Mons Elvelinus si perdono definitivamente le tracce.

I mezzi di trasporto usati da questi mercanti erano limitati al dorso di cavalli, asini e muli. Una colonna che risaliva o scendeva, simile ad un serpente, le mulattiere strette e scivolose che permettevano di giungere a Basilea e, di lì, merci e mercatores si spandevano nelle terre della Magna. I carri percorrevano le strade d'allora con molta fatica e non senza incidenti. Le barche e le navi solcavano i fiumi navigabili, i laghi e i mari ed erano un mezzo di trasporto più affidabile e veloce, nonostante le sorprese meteorologiche e piratesche.

Il monopolio mercantile italico oltre al controllo delle vie, delle fonti d'approvvigionamento e dei mercati, era favorito anche dalla padronanza sui numeri. Non è fuori luogo un accenno a questo particolare aspetto. Ciò permette di ricordare che la fortuna dei mercanti italici è dovuta anche all'uso ottimale di tutto ciò che la stiuazione politica, la natura e la cultura dell'epoca poteva offrire.

Il commercio, ancora oggi, si basa sul numero. Fino alla fine del Medioevo ogni documentazione era resa difficile dalle cifre latine. Di questo progresso dobbiamo ringraziare, ancora una volta, l'Oriente. Già nel secolo XII i commercianti italiani adottano le cifre arabe, un'adozione che, nell'area tedesca, risale solamente ai secoli XV e XVI. Grazie al commercio, il nuovo codice entrò negli archivi dei mercanti, dei tenitori di banchi feneratizi e delle corporazioni, mentre il latino resisterà ancora e per quasi tutto il secolo XVI. [25]

Possiamo affermare che il calcolo, e il suo sviluppo, è strettamente legato all'imporsi delle monete. L'ars computandi era una misteriosa e oscura arte anche nel secolo XIV: ci si accontentava delle dieci dita e la divisione era esclusivo segreto di pochi eletti.

Anche il cambio delle monete appartiene al movimento sociale ed economico di questo secolo ed appare, nell'area tedesca, solo grazie all'impulso commerciale italiano. Il cambio, che s'imporrà dal 1300, risale ai banchieri medievali, occupati a cambiare le valute straniere con la locale. Gli ebrei, gli italiani (astigiani, chieresi, novaresi, milanesi, piemontesi, toscani ed emiliani) e i profughi del Cahors vengono considerati gli esperti di questa delicata materia.

Con il commercio e il suo sviluppo assistiamo a un cambiamento sociale e culturale che sfocerà in quel rimprovero luterano, diretto alle società commerciali che guastano l'anima delle povere e semplici persone. Un cambiamento che avviene e si materializza anche grazie al fluire delle acque possenti del fiume Reno, l'arteria principale d'un continente dinamico e fiorente alla ricerca d'un riassetto sociale e politico. [26]

4.1 (MERCANTI & MERCI) Poco sappiamo, nonostante tutto, della categoria dei mercanti italiani nell'area tedesca, un gruppo che emerge, per sempre meglio imporsi, già nei secoli XII-XIII ed è ancora oggi vitale e fondamentale. Nel corso degli ultimi ottocento anni l'imprenditoria italiana in Germania ha vissuto diverse fasi, superato critiche stagioni, avviato mode e vissuto epoche di splendore. Non era difficile incontrare italiani "nel secolo XVIII presso corti e città mercantili, occupati come insegnanti di lingua, musicisti e teatranti o mercanti inseriti nell'ampia classe degli importatori sino ai poveri ambulanti, spazzacamini e artisti; a questi s'aggiungono architetti, pittori, scultori, stuccatori... o diplomatici e, nelle regioni cattoliche, monaci... [tanto che] è impossibile considerare la nascita e lo sviluppo del barocco e rococò tedesco senza la partecipazione degli italiani, così come la storia della musica, soprattutto l'opera. Italiani che, con la famiglia o in gruppi d'artigiani, superavano le Alpi per entrare nei territori dell'Impero e poter vivere delle entrate del loro commercio ed arte." [27] Ciò che ancora manca alla storiografia tedesca (e italiana) relativamente all'immigrazione nell'area germanica non è l'esposizione della parte documentaria, ma l'analisi dell'antico fenomeno: la messa in luce del continuum storico, la ricerca e scoperta degli itinerari e dei siti d'approvvigionamento, la crescita civile nonostante i contrasti tra immigrati, autorità e autoctoni e, soprattutto, l'evidenziazione dell'apporto e contributo socioeconomico, oltreché culturale, risultato dall'intervento degli immigrati in questo esteso arco temporale.

I mercatores italici vengono liquidati frettolosamente, quasi si tratti d'un fenomeno che si mostra e svapora ogni qual tanto con, in più, il malvezzo d'intromettersi in quello che è il percorso storico nazionale. Di loro si sono perse le tracce persino nelle regioni originarie, proprio come succede per le città in cui furono attivi e combattivi. Unica eccezione e segnale è, forse, la Bolongarostrasse a Höchst a.M. (Francoforte), traccia che rimanda alla dinastia originaria di Stresa che raggiunse il massimo splendore e potenza nella seconda metà del Settecento.

Ritengo utile, soprattutto nell'ambito d'un intervento che si occupa di percorsi alpini, dedicare un paragrafo alle merci che permisero a molti mercanti e ambulanti d'arricchire nel giro di qualche generazione o semplicemente di sopravvivere.

Emblematico è ciò che avviene alla fine del XVII secolo nella città di Francoforte dove la minoranza italiana evidenzia una secolare presenza e reclama i propri diritti.

Nel 1671 Martino Brentano, Martino Bellino, Innocenzo Guaita e Giacomo Brentano rigettano le accuse rivolte contro di loro dal Consiglio della città di Francoforte e dai commercianti locali, come invenzioni originate dal malanimo. Si difendono affermando di non aver recato danno a nessuno e di mantenere "die negotien...in fiore." Il Consiglio della città è pregato di notare che i bassi prezzi dei commercianti italiani altro non sono che un vantaggio per tutti. Prima di loro un limone costava dai 20 ai 30 o più Kreuzer. [28] Oggi lo si può avere per 3 o 4. E, aggiungono nella loro petizione: "Che noi, le nostre merci italiane, ancora d'ottima qualità, si prova a portarle agli acquirenti grazie all'ambulantaggio dei nostri giovani per non far guastare la mercanzia."

Il 7 settembre 1671 viene proibita agli italiani la vendita, al di fuori del periodo della fiera, di zucchero e spezie. I mercanti di Francoforte denunciano al Consiglio della città che gli stranieri vendono zibibbo, mandorle, fichi secchi, saponi, oli vegetali, cotone, ostriche, lamprede e altri alimentari con il pretesto dei prodotti italiani. Sappia il Consiglio che tali merci non sono importate dall'Italia ma dalla Francia e dall'Olanda, attraverso i porti olandesi e quello di Brema e, se anche si trattasse di merci italiane, se ne proibisca comunque il commercio altrimenti, per absurdum, bisognerebbe concedere ai trafficanti italiani anche e persino la vendita di velluto e sete ed altri oggetti preziosi.

Il 3 aprile 1683 i negozianti locali si dichiararono d'accordo nel concedere ai mercanti italiani la vendita di saponi spagnoli, mandorle e uva secca.

In uno scritto del 1683, firmato dagli irriducibili Martino Brentano, Martino Bellino e Innocenzo Guaita, si riporta l'opinione della colonia mercantile italiana: essi credono che i negozianti locali vogliano limitare il commercio degli italiani, costringendoli ad abbandonare la città, creando così una situazione di monopolio. Infatti, se si escludeva il commercio di zucchero e spezie non rimaneva, a Francoforte, una seria base commerciale che permettesse un onorevole guadagno. Jacopo Brentano era già stato costretto, per via degli scarsi guadagni, ad abbandonare la città.

Matteo Guaita si lamenterà, nel febbraio 1692, d'una visita fiscale fatta nel suo negozio. Egli si lagna che l'ispezione fosse stata originata da alcuni "desiderosi del suo male." Essendo state rinvenute nel suo deposito merci che non poteva e non doveva vendere, egli si difende dicendo che "con le sole mercanzie italiane non avrebbe potuto vivere," per tacere dei grandi "ordinari und extra ordinari onera."

In una verifica effettuata il 18 febbraio del 1692, gli ispettori del Consiglio di Francoforte registrano la seguente merce nel magazzino di Antonio Brentano: pan di zucchero, cedro candito, morchella, pepe bianco, cera per sigilli, lingue di vitello salmistrate, ferri da stiro, 20 balle di pepe, uva passa, un sacco di formaggio olandese, ogni sorta di frutta in conserva, rotoli di stoccafisso, canditi bianchi e bruni, chiodi, fiori di noce moscata, pepe in polvere, tabacco da fiuto, gruviera e formaggio parmigiano.

Una ricchezza e varietà di merce che risalta scorrendo anche gli inventari delle ispezioni compiute nei magazzini di Matteo Guaita. In occasione della morte dell'appena citato Brentano (1704), venne fatto un sopralluogo nel suo deposito dove si registrarono:

una mezza cassa e 126 pezzi di pomarance sott'aceto; una cassa doppia e 128 pezzi di mele de Sina(arance); 114 limoni salati; 2 casse di limoni genovesi; un terzo di botte piena di olive; 195 libbre di fichi; 9 1/2 libbre di fichi italiani; 105 1/2 libbre di datteri; 306 1/2 libbre di prugne spagnole; 977 1/2 libbre di zibibbo; 4766 1/2 libbre d'uva passa; 166 1/2 ibbre di mandorle amare; 45 libbre di mandorle dolci abbrustolite; 2 botti di mandorle; 506 libbre di mandorle dolci; 48 1/2 libbre di mandorle lunghe; 87 libbre di noccioline;57 libbre di pistacchi.

Vari sono i luoghi di provenienza dei limoni, frutti che giungevano sul mercato tedesco in casse e/o sacchi. A Norimberga, nel corso del XVIII secolo, [29] sono documentati limoni che provengono dalla Spagna via Olanda, Amburgo, Brema e partite che giungono direttamente dal Lago di Garda. Da altri inventari rileviamo quali fossero le mercanzie alimentari di diversi mercanti italiani e, tra questi, i merciaioli sei-settecenteschi che oltre a bottoni, filo e aghi, franceserie e italianerie varie potevano disporre di pepe, pepe in polvere, pepe spagnolo, cedro genovese, conserve di limoni e bucce d'arancia, stoccafissi, garofani, fiori di garofano, polvere di garofano, cannella, noce moscata, alloro, granelli, bacche e foglie d'alloro, capperi, coriandoli, senape, anice e cumino. Senza dimenticare cioccolata e caffè. Tra le qualità di caffè: Mocca, Martinique, Bourbon.

Nei magazzini di Carlo Brentano si rinvennero in gran quantità il tee Boury, il tee Congo, il tee Verde, il tee China, il tee Heyson con il raffinato tee Pecco. Chili di tabacco, tartuffoli (come venivano chiamate le comunissime patate), coloranti, carta, cotone, caviale, oli diversi e aceti .

La ricchezza e la varietà delle merci non può non rimandare agli itinerari, ai magazzini, alla rete di fondaci sparsi per tutta l'area tedesca e alle relazioni commerciali mantenute da agenti attivi negli scali portuali di Rotterdam, Amsterdam e Amburgo o da incettatori e fattori attivi sul Lago di Garda per tempestivi e continui rifornimenti via Brennero, senza tralasciare chi operava sul Lago Maggiore per approvvigionamenti via Gottardo. La realtà di Francoforte era simile a quella di Colonia, Magonza, Norimberga, Coblenza, Düsseldorf..., incattivita da una concorrenza che si sentiva spalleggiata dalla struttura riformata della città.

5.1 (L'epoca d'oro e l'inizio dell'emigrazione moderna) L'attività dei mercanti italiani nell'area tedesca nel 1600 e 1700, rimanda ad una più antica presenza in tutto il continente europeo.

I grandi mercanti veneziani, milanesi, verbanesi, novaresi, aostani, fiorentini, bolognesi, ferraresi, mantovani, pesaresi, astigiani, cremonesi, napoletani... riescono, tra il 1200 e il 1500, a creare una rete economica che supererà l'economia medievale, imponendo un capitalismo aggressivo e instancabile che, dal secolo XVI, grazie alle nuove vie commerciali e al confronto con la spietata concorrenza europea portata da Spagna, Portogallo, Inghilterra, Germania, Belgio e Olanda, dovrà cambiare completamente le proprie strategie.

È l'epoca in cui il mercante Paolo da Certaldo consiglia ai colleghi mercatanti: " va a parlare i tuoi secreti fatti in una piazza, o in uno prato o reanio o campo scoperto... E guardati da le siepi e dagli alberi, e da le grotte o mura o canti di vie, e da tutti luoghi dove uno o più, uomo o femina, grande o piccolo, si potesse nascondere e stare udire." [30]

È l'epoca del mercante piacentino Gandolfo d'Arcelli (1292), primo contribuente di Parigi, e della compagnia dei Bardi che si ramifica nelle principali città europee, da Londra a Marsiglia, da Barcellona a Costantinopoli. È l'epoca d'oro dei cambiatori astigiani e chieresi che operano nell'area tedesca e svizzera, nelle Fiandre, Francia e Olanda. Il cronista portoghese F.Lopes segnala la presenza di mercanti genovesi e lombardi nella città di Lisbona e persino Cristoforo Colombo arriverà in Portogallo al servizio dei Centurione, dei Negro e degli Spinola. Le navi con le quali Cabral esplorerà le coste africane e brasiliane sono fornite dai capitali genovesi. Ad Anversa e Bruges si segnala la dinastia degli Affaitati di Cremona e, nel 1434, Jan Van Eyck ritrae i coniugi Arnolfini, banchieri lucchesi trasferitisi definitivamente a Bruges. Quando i Bardi e i Peruzzi saranno sommersi dal crollo dei loro affari, assistiamo alla nascita delle dinastie dei Frescobaldi, degli Scali e dei Medici e di Orazio Pallavicino che, da un prestito alla corona inglese, ricaverà un utile gigantesco.

Il commercio veneziano è rappresentato dai Capponi a Danzica, dai Pestalozzi a Vienna, dai Torrigiani a Norimberga, dai Montelupi a Cracovia, dai Viatis e Fiester a Breslavia. Senza scordare i mercanti-banchieri lombardi: i Burlamacchi, i Diodati, i Calandrini, i Minutoli e i Balbani.

E con i mercanti, i fattori, gli spedizionieri, gli esattori delle tasse, i cambiavalute, i banchieri e gli agenti di questi e di quelli, una folla di servi, di braccia e manodopera che si spande, attiva ed affacendata, per tutta l'Europa.

È l'epoca che, grazie ai successi economici, porterà al Rinascimento italiano, a quelle opere architettoniche, pittoriche, di scultura e ingegneristiche che appartengono all'umanità.

Al termine di questo periodo d'oro risalgono le prime delle numerose tracce d'una presenza italiana nell'area di lingua e cultura tedesca originata dalla povertà e dal bisogno. L'annotazione da Neustadt am Haardt del 1527-1528: "Item v batzen geben zweyen welschen maylendischen kantengießern von dryen zinen blatten newer zu gießen uß altem zewg von der ratstuben ... actum dinstags nach assumpt" [31] accenna a due peltrai milanesi che, ricevuto del vecchio peltro, rifondono il tutto producendo tre nuovi piatti.

Sono segni che si moltiplicheranno per carpentieri, calzolai, giocatori di lotto, fieranti, ambulanti di ogni genere... con il trascorrere dei secoli.

6.1 (DAI DOCUMENTI DOGANALI) Per le Alpi centrali il passaggio del Sempione assunse una grande importanza nel tardo Medioevo, quando i mercanti lombardi disposero di magazzini e depositi lungo il percorso Domo – Sempione – BrigaSitten e Martinach. [32] Oltre a questo percorso, la cui centralità e rilevanza si perdono nel tempo, bisogna riportare la via che risaliva la Valle Antigorio e il tragitto che seguiva la Valle Anzasca e superava il Monte Moro. Il traffico tra il Vallese e l'Ossola [33] è testimoniato già nel XIII secolo e l'appellativo Lombardus, riferito a commercianti o a coloni d'origine italiana, lo si trova sin dai primi del 1200 in molte località del Vallese. [34] F. Schmid riporta che "nel Vallese tra le molte famiglie [attorno al 1890] che si dicono di origine italiana, lo sono di sicuro i Courten, Kuntschen (de Consciis) e i Theiler (Partitoris) che sino al 1400 commerciarono a Sempione e a Briga, raggiungendo le più alte cariche." [35] L'ospizio del Sempione compare già nel 1235, diretto dai Gerosolimitani. Ogni sacco o balla veniva tassata da una gabella di un centesimo o Pfennig. [36] Qualche anno più tardi (1256) Albert Carpentarius viene incaricato di mantenere la transitabilità del sentiero e dei ponti e di riscuotere 3 mauricinern (centesimi, secondo lo Schmid) per ogni balla o sacco, e un centesimo per il superamento del ponte di Ries, presso San Leonardo. Inoltre s'esigeva 1 centesimo per ogni vitello proveniente dalla Lombardia e 12 centesimi per mandrie dirette in Lombardia o in Alemannia. [37] Il 25 luglio 1270 il vescovo Heinrich di Sitten incarica il proprio siniscalco, Wilhelm, di riscuotere dai commercianti una gabella, a seconda delle merci, di 12, 6 e 2 Pfennig-centesimi per balla o sacco. Il siniscalco manterrà per sé la settima parte. Nello stesso anno i rappresentanti dei mercanti milanesi offrono al siniscalco e ai suoi eredi, per l'impegno e la protezione offerta nel territorio retto dal vescovo di Sitten, 2 centesimi per ogni cavallo e balla di stoffa francese, broccato, seta, spezie e 1 Pfennig per ogni altra balla o sacco. [38]

Nel 1273 vengono stipulate altre convenzioni con le compagnie di mercanti milanesi e pistoiesi, per tutto ciò che riguarda il transito e le gabelle. 12 Pfennig per ogni balla di tessuto francese, broccato, seta, spezie e cavallo; 6 Pfennig per ogni balla di lana, cera, panno, pellame, aghi, mercerie, armi e similari; per ogni balla di ferro, acciaio o altri metalli, ad esclusione dell'oro ed argento, 2 Pfennig... [39]

Il riporto relativo al Sempione ci introduce alla documentazione riguardante i passi alpini orientali, portali tra l'Europa e il Nord-Est, dove si riscontra una analoga realtà, non solo ambientale, per tutto ciò che riguarda gabelle, commercio e transiti. Da questa area ci giungono documenti precisi dal 1300 in poi, a testimonianza di intensi scambi e cambiamenti epocali. È rilevabile in questi territori l'importanza e la rivalutazione del sito in cui diverse località sono poste: "in un luogo di transito, divise in due o addirittura in tre parti dal loro fiume... [con] l'area del mercato... localizzata rispetto ad altre destinazioni cittadine" [40] e l'integrazione perfetta di spazi diversi destinati alla produzione, alla raccolta, alla vendita e all'offerta.

6.2 La muta et pedagium - Maut und Wegegeldes o dazio e pedaggio da riscuotersi a Trento nei giorni compresi tra San Vito e San Vigilio (15-26 giugno) nell'anno 1372 da mercanti lombardi e della marca trevigiana, di Brescia e Verona, in occasione della fiera annuale, testimoniano della varietà merceologica (proveniente da Genova, Pistoia, Firenze, Novara, Asti, Milano e persino dalla Sicilia) riscontrabile anche sui tratti diretti al Sempione o al Gran San Bernardo.

Uno sguardo all'elenco delle merci conferma questa convinzione e rimanda, sia nell'incipit che nel contenuto, ad una ordinanza più antica e risalente all'anno 1282: [41]

Ferrum laboratum; Azalum (ascie e scuri); Lapis aguzandus (mole); Scutella; Napis o ciffus (Bicchieri); Imisorium; Linum; Pera (borse); Bursa (borsellini); Calcar (speroni); Cultellum; Situla (paioli); Lorica (corazze); Arma; Cribrum (colini o setacci); Badillus; Furca; Vannus (vaglio); Vitreum; Miolum (bicchiere per il vino); Butirum; Ponina; Asta (lance); Rastrum (rastrelli); Pala; Lagena (botte da caricare sul dorso di animali); Vinafora; Candelaber; Bacinus; Batilla; Cuprinum (paiolo di rame); Foliculum; Ceprotorium; Tonalium (botte); Lupatum (briglie); Lebes (altro tipo di paiolo); Lutinum (catini); Caseum (formaggi); Lapis molarum; Falx (falci); Messorium vel Sisula (piccolo tavolo); De soma seu carga aliarum cremariarum, vel mercimonium parvi valoris ad discretionem creditoris (valutazione approssimativa per ogni carico di Krämerei [42] di poco valore)...; De soma bladi (granaglie), cerae, mellis (miele), piperis (pepe), drapi je(ognuno) 4 Denare...; per gli animali: per un destrarius (destriero) 20 Solidi, per un cavallo comune, asino o mulo 12 denari, per un vitello 4, per un piccolo animale 1... - Trento 1372, 29 giugno. [43]

La lettura di questi atti soddisfa in parte la nostra curiosità e procura un piacere particolare scorrere la lista delle mercanzie, trattate o importate o prodotte nella regione, pronte allo scambio o alla vendita nell'ambito d'una fiera annuale e mercato. L'affollarsi dei mercanti negli spazi della città di Trento, l'arrivo d'uomini d'affari stranieri, l'indirizzarsi delle mercanzie verso i passi alpini e le vie settentrionali comportano il pagamento di dazi e dogane, l'accettazione d'una regolamentazione che tutela i mercatores. Lungo un arco temporale di diversi secoli riusciamo ad individuare un movimento mercantile vitalissimo che riesce a superare confini naturali e sociali, ad imporre mercanzie e avviare mode e gusti più o meno resistenti alla volubilità umana.

6. 3 Sono stati poco studiati, sinora, sia il movimento delle merci che quello delle persone durante i secoli scorsi, almeno sino allo scoppio della prima guerra mondiale. Unica eccezione la mole di contributi sui flussi migratori transoceanici diretti verso l'America settentrionale e meridionale. Gli itinerari europei, importanti vuoi per il trasferimento di legioni ed eserciti o per le masse di pellegrini che s'indirizzavano ai diversi luoghi di culto della Penisola o Oltremare, sembrano risvegliare certi interessi solamente in occasioni particolari. Gli itinerari dell'emigrazione pare non dispongano dello stesso fascino.

La fittissima rete stradale del passato era il necessario collegamento, sia per il periodo storico antecedente il XV secolo che per il periodo storico successivo, tra sito di produzione e sito di distribuzione. Spesso al primo si sostituiva il porto, almeno in area mediterranea, luogo da cui riprendeva una fase distributiva spesso diretta verso aree continentali. Se, secondo alcuni studiosi, il commercio è servito soprattutto nei secoli XV e XVI per ridisegnare il sistema viario delle città, modificandone l'architettura e la destinazione degli spazi, ancor di più il commercio ha influito nella riconfigurazione di aree molto estese della Penisola e dell'Europa. Già la scelta d'un percorso, invece di un altro, o l'obbligo di variare un itinerario (a causa di guerre, epidemie, inondazioni...) hanno fatto in modo che si spostassero mercati e fiere, che i luoghi di scambio e trattazione scegliessero cittadine con particolari caratteristiche (oltre ad offrire specifiche garanzie) a discapito di altre che, nel giro di qualche decennio, inizieranno una fase di decadenza inarrestabile.

Dal 1200 il commercio tende a modificare, con innovazioni significative, la stessa professione mercantile; ad erigere opere architettoniche rilevantissime come abitazioni, case-torri e depositi. I fondaci e luoghi di sosta si moltiplicano sugli itinerari che sfociano Oltralpe e queste aree diverranno luoghi di scambio privilegiati, non solo di merci ma anche di idee, di accordi, di divulgazione di notizie che, con i mercanti, arriveranno nelle città dopo essersi diffuse lungo il percorso.

Provare a seguire alcune delle tappe mercantili dirette al Brennero (e di qui alla Magna) o verso la Penisola, soffermandoci brevemente sui prodotti e sulle tariffe delle gabelle, diventa un avvicinamento a quei grandi cambiamenti che rivoluzioneranno, tra la metà del XVI secolo e la metà del XVII, il quadro socio-economico e culturale di grandi aree europee.

6.4 Gli accordi doganali sul segmento Trento-Innsbruck hanno un'antica storia e rimandano a trattati e convenzioni di altre aree alpine.

Il 18 marzo 1277 il principe Rodolfo di Germania assicura al doge veneziano amicizia e protezione per i commercianti della città lagunare:

"... Mercatores vestre civitatis per nostros terminos transeuntes iuxta requisitionen ipsorum tractare volumus et favere, ipsorum molestiis, quantum possumus, praecavare." [44] Un passo importante per Venezia che, di lì a qualche anno, priviligerà per i propri traffici con l'Europa il tragitto che porta a Norimberga e che scavalca il Brennero, abbandonando definitivamente il Caminum Basle.

Heinrich, duca della Carinzia e Conte del Tirolo, il 31 luglio 1319 garantirà ai commercianti di Bormio, Como, Milano, Brescia, Bergamo, Verona e Cremona la partecipazione al mercato di Glürns. [45]

Il 28 maggio 1328 i commercianti comacini, rappresentati dal capitano Franchinus, ricevono protezione "per le merci e le persone" dirette a Worms, [46] a dimostrazione che la via del Brennero non era solamente un'alternativa al Gottardo. Ciò viene sottolineato, attorno al 1400, anche dalla promessa di protezione per merci e persone della città di Milano fatta da Leopoldo IV, Conte d'Austria. [47]

Questa situazione viene ribadita il primo agosto 1479 dal Granduca Sigmund d'Austria, conte del Tirolo, e Galeazzo Sforza di Milano, con la sorella, che stipulano un accordo basato su sicurezza e garanzia per le persone che trasportano o importano prodotti alimentari e si permette ai sudditi d'entrambe le parti di poter liberamente commerciare. Tali accordi non toccano solamente l'aspetto economico e commerciale, ma contemplano una bilateralità d'intenti per ciò che riguarda la lotta al crimine. Infatti, gli assassini, gl' incendiari, i traditori, ladri e fuggiaschi dell'una e dell'altra parte, una volta presi, vengano consegnati e portati sul luogo del delitto... [48]

Le stesse garanzie per merci, mercanti e seguito, venivano rilasciate ai mercanti provenienti da Augusta, Norimberga e San Gallo che si dirigevano verso la Penisola, dimostrando che il commercio e la concorrenza erano un importante collante socio-economico, oltreché culturale e politico.

Le normative di controllo e protezione hanno cercato di regolamentare un flusso, ininterrotto nei secoli, di mercanzie di vario genere e origine, dirette a lontani siti di scambio; tale movimento è da considerare una delle forze motrici della civiltà del tempo.

6. 5 I numerosi luoghi destinati alla riscossione del dazio e delle gabelle, più che frenare il movimento merceologico sembra che lo incanalino verso i classici tragitti che regolano il millenario scambio di prodotti, senza eliminare la piaga del contrabbando (più volte condannata negli stessi decreti). Tali luoghi, sorti lungo l'Adige, nelle città e sui passi, sono un naturale avvicinamento allo spazio destinato allo scambio, designato e regolato dal potere politico ed economico. La gabella non era solamente il sito in cui avveniva una riscossione: essa garantiva il mercante dello stato delle vie e dei ponti e gli dava la sicurezza di usufruire di magazzini-depositi e di una struttura organizzata ed efficiente, con stazioni di sosta, somieri e carriaggi, al solo scopo di facilitare e snellire lo scambio e lo spostamento merceologico.

La più antica documentazione che rimanda al privilegio di mercato in Tirolo si riferisce al convento Neustift di Bressanone e risale al 1177. Il diritto viene concesso dall'imperatore Federico I. [49] Al 1202 risale l'accordo tra i vescovi di Trento e Bressanone che definisce per i mercati annuali (annuales mercatus) gli stessi diritti per i cittadini delle due città. [50] Per la prima volta si documenta un mercato a Rovereto e Riva nell'anno 1195 e a Trento e Merano nel 1236-1237. [51]

Dall'ordinamento relativo ai due liberi mercati annuali di Merano per i secoli XIV-XVI rileviamo che la vendita di alimentari era franca già dal 1340. I venditori ospiti o stranieri potevano offrire le loro mercanzie nel periodo della fiera solo davanti alle locande che li ospitavano. La vendita all'interno delle stesse era proibita. Nel 1497 viene emanata la seguente ordinanza: i cittadini di Merano potevano affittare botteghe ed empori ad un solo commerciante ospite. I mercatores italici esponevano i loro panni nella parte superiore della città; lungo il fiume venivano sistemati i mercanti di Salisburgo e bavaresi con le loro stoffe e pelli, i commercianti in ferro, i calzolai, i venditori d'oggetti d'oro e d'argento. [52]

Sicurezza e protezione per i commercianti viene documentata già nel 1229. Così il vescovo di Brixen, Heinrich, al conte Albert del Tirolo : "Mercatores et viatores universi per stratam publicam pacem habeant et securitatem..." e il vescovo Bruno di Bressanone al conte Meinhard del Tirolo nel 1256: "Ut homines et res a Sabiona usque Bozanum per stratam transeuntes cives, burgenses, mercatores non laedantur." [53]

Il 31 luglio 1319, Heinrich, Duca della Carinzia e Conte del Tirolo, concede ai commercianti di diverse città dell'Italia settentrionale un salvacondotto per il mercato di San Bartolomeo di Glürns: "Hec sunt communitates, quibus scribi solet de nundinis in Glurno – primo ad Burmium – item in Cumis – item ad Mediolanum – item ad Brissiam – item ad Bergamum – item ad Veronam – item ad Cremonam..." [54] Simili salvacondotti venivano rilasciati anche a mercanti provenienti da Worms, Regensburg, San Gallo, Norimberga e Francoforte.

Del 26 gennaio 1352 è la concessione d'un salvacondotto, sia in entrata che in uscita, ai mercanti veneziani e ai loro servi e lavoranti. [55] L'11 novembre 1361 ed il 2 febbraio 1363 (datum Bozano secunda die mensis Februarii anno LXIII) viene ribadita tale concessione "... volumus provenire, quod nos specialis dilectionis ac favoris intuitu atque consideracione, quas circa magnificum et potentem virum dominum Laurentium Celsi, ducem Venetum et comune et cives universos civitatis eiusdem nobis sincere gratos et dilectos gerimus et gerere cupimus in futurum omnibus et singulis mercatoribus civitatis Venetiae iure civili et mansione sive habitacione continua ibidem gaudentibus et ipsorum servitoribus terras principatus districtus et dominia nostra suis mercimoniis rebus et personis quibuscunque transeuntibus ipsis saluti pertinentibus eundo et redeundo secure sine dolo plenam securitatem liberumque conductum pro omnibus et singulis mandatis nostris parere volentibus et omnibus amore nostri intuiter..." [56]

6. 6 Una scorsa alle ordinanze in vigore presso alcune stazioni daziarie della regione, limitatamente al periodo 1400-1700, può offrirci diverse informazioni sulle merci, sui pesi, sui mezzi di trasporto, sulle imposte allora praticate, addirittura su alcune dinastie di gabellieri e persino sulla transumanza tra territori italiani e tedeschi. Questi siti testimoniano dell'esistenza di spazi e itinerari mercantili secolari e d'una tradizione che ha retto sino all'avvento dell'Europa unita.

Lo studio degli itinerari primari (Trento – Bolzano – Brennero – Innsbruck – Kufstein e Trento – Bolzano – Merano – Reschen – Reutte), come dei secondari (Sterzing –Pfitscher – Zell – Salzburg o delle vie che portano in Lombardia, Engadina, Svizzera o puntano su Kempten, Trieste e Chiemsee), come delle mulattiere che superano quote a 2000 metri d'altitudine (utilizzate anche per il transito di merci e persone) completerebbe la fittissima maglia delle stazioni daziarie aiutandoci a localizzare la rete degli itinerari che, a partire dal XVI secolo, diventano anche i percorsi ufficiali dell'emigrazione.

La scelta dei siti daziari, in un arco temporale compreso tra il 1426 e il 1736, ha come scopo l'individuazione di alcune località primarie e secondarie. La relativa documentazione ci informa su una complessa realtà, composta da ordinanze, dove appaiono elementi mercantili, tariffari, sociali, politici, geografici e culturali.

Esaminando le disposizioni atte a regolare i traffici sugli itinerari diretti a settentrione e meridione, come ad occidente e oriente, riusciamo a captare lo spirito di un'epoca, eventuali aperture e chiusure (anche sulle minoranze religiose e culturali). [57] Nel 1561 trasuda da certi documenti l'amara consapevolezza di un'epoca d'oro che stava definitivamente tramontando e per le Valli alpine e le aree prealpine è l'avvio della lunga era dell'emigrazione.

1426, tariffe doganali di Riva

(sull'antico confine meridionale del Tirolo)

Alessandro, vescovo di Trento, conferma alla comunità di Riva il diritto di gabella per carico e scarico di merci. Tale privilegio risale al XII secolo. [58] Le unità di misura sono soma e galera e le merci sale, olio, vino, aceto, animali (mucche, cavalli, pecore, capre e maiali), formaggi, burro, strutto e grassi; pelli, cera, pepe, alloro, aglio, lino, lana e relativi panni; carta, ferro..., spade e coltelli, macine...

La gabella di Riva è documentata sin dal 1200, come quelle di Torbole, Nago e Arco che sottostanno ai signori di Arco, feudatari dell'Arcivescovo di Trento.

1506, Eisack / Bolzano

Dall'ordinamento della gabella di Eisack/Bolzano del 1506 rileviamo un'interessante notizia riguardante i Botschen o Bocci. Si tratta d'una dinastia di mercanti fiorentini che nel 1300 si stabilisce a Bolzano, ricevendone la cittadinanza e il diritto di riscossione doganale chiamato klein Zoll e in seguito definito Botschenzoll. [59]

In questo periodo una delle maggiori preoccupazioni per i reggenti della città di Bolzano era il rilevante numero di commercianti Welschen/italiani che attorno al 1488 risiedevano in città e risultavano proprietari di immobili. [60]

1516 –Ordinanza e tariffe per la tassa sul salvacondotto per tutte le strade tra Italia e Austria, durante la guerra con Venezia

L'ordinanza è emanata da Massimiliano, per grazia di Dio imperatore romano ... a tutti i nobili... e ai nostri fedeli... marescialli, cancellieri, governatori e reggenti del nostro reggimento di Innsprugkh... i quali raccolgono la tassa sul salvacondotto per le merci su spalla o carri sulle strade e sui passi in Valtzigan (Valsugana), a Spitaly bey Yfan (Ivano in Valsugana), a Toblach, sul Kreuzperg (Plökenpaß in Carinzia), sul Terfis (Tarvisio), a Canale, a Trieste, a Fiume... Tra le merci che appaiono nell'ordinanza risultano: spezie, seta, pannilana, cera, coltelli, sapone, olio, mandorle, cinabro, mercurio, piume, cotone veneziano, cumino, fichi, vetri, paternoster (frutto d'una palma indiana) e carta. Olive, limoni, pomaranci e lana friulana. Si doveva riscuotere 1 fiorino per un bue ungherese, 15 Kreuzer (soldi) per una vacca, 3 Kreuzer (soldi) per un castraun o gayss, per una piccola cavalcatura 30 Kreuzer (soldi)... [61] Nonostante il conflitto, il commercio sulle vie del Tirolo meridionale prosegue nell'una e nell'altra direzione, come testimonia la relazione (1537) sulle attività doganali della Valsugana, a Lueg e sul Tarvisio che riportano il passaggio di commercianti olandesi, di Ulm, di Norimberga e Augusta. [62]

In questa ordinanza, come in quella di Toblach del 1510 circa, [63] appaiono tra le merci i libri a stampa: "getruckt puecher und papier." [64]

Per la prima volta, inoltre, viene usato il termine Contrawend per Contrabbando. [65]

1558 - gabella An der Talfer di Bolzano

Compaiono, classificati come Gemeine Güter (merce comune) [66] i libri stampati, inseriti nella categoria merceologica che comprende riso, lampade, posate, pelli, pale, padelle...

La gabella di Vill an der Stangen (1549 – 1734) si trova sull'itinerario Sterzing - Merano che supera lo Jaufen, ad Occidente della valle dell'Isarco. La stazione daziale appartiene all'arcivescovado di Bressanone già dal XIII secolo. Oltre alla lista delle solite merci rileviamo chi è esentato dal pagamento delle gabelle "i principi del Tirolo e i nobili, i conventi di Wilten, Georgenberg, Benediktbeuern e Polling per i vini di loro produzione." [67]

1560 –Rovereto

(qui iniziava l'itinerario per Vicenza)

La dogana di Rovereto è documentata sin dal XIII secolo; sottostava ai signori di Castelbarco, i quali ne rispondevano al vescovo di Trento. Dal 1440 passò alla Repubblica di Venezia e dal 1510 ai Conti del Tirolo. Oltre alla lista e alle diverse tariffe doganali, rileviamo che per ogni ebreo o ebrea a cavallo si dovevano riscuotere 20 Kreuzer; se erano a piedi 10 Kreuzer. Le loro merci sarebbero state tassate secondo i tabellari. [68]

Gli ordinamenti daziali non erano da imporre solamente alle merci in entrata e/o in uscita, alle persone e alle loro cavalcature, agli ebrei o ai carriaggi. Dalla gabella di Grim (Grigno) del 1580, si rileva che anche per la transumanza esisteva una disposizione: " Se i pastori della nostra terra, pochi o molti o associati, si dirigono in welisch Land pagheranno 24 Kreuzer. Lo stesso al loro rientro." I pastori Welsch che si dirigevano agli alpeggi della regione, pagavano 53 Kreuzer... [69] Welsch sta per straniero, generalmente chi proviene da un'area a Sud del Trentino Alto-Adige.

1594 –Val di Fiemme

La Val di Fiemme, con il suo centro Cavalese, apparteneva per la maggior parte al Principato di Trento. Il diritto di gabella spettava già dal XIV sec. ai Principi del Tirolo. Si trattava di una dogana di transito. [70] A Predazzo esisteva un'altra gabella per chi era diretto a Sud.

1630 –Brunico

Il documento elenca quasi tutte le merci della gabella di Brunico dell'anno 1440, con una tassazione più elevata. "Ciò che arriva da Bolzano e si dirige a Klausen pagherà per un sam 1 Kreuzer e 1/2 di pedaggio..." [71]

Le comunità erano, da sempre, responsabili del mantenimento della viabilità, obbligate a mantenere transitabili i percorsi nel territorio di loro competenza. Per mantenere in buono stato i ponti di maggiore transito e importanza venivano incaricate più comunità. Le tariffe, dal XIII al XVI secolo sono comprese tra i quattro Pfennig e 1 Kreuzer; dal XVI al XVIII secolo si giunge a un pedaggio di 4 Kreuzer per un animale da soma o da tiro per un carro carico. Per il pedaggio è da notare che gli animali da tiro erano tassati singolarmente: quelli di testa più pesantemente degli ultimi. Se più bestie da tiro sono impegnate a far avanzare un carro, significa che ragguardevole è il peso del carico, come lo sfruttamento del percorso. Di qui la tariffa basata sul numero dei cavalli. Diversamente per gli animali da soma. Essi avanzavano più spediti e solo con questo mezzo si potevano superare certi passi in minor tempo. [72]

1663 –tariffa della gabella di Trento

La dogana della città di Trento, situata a Porta S. Martino all'uscita settentrionale della città, è già documentata nel secolo XII e appartiene al vescovo della città. Ci restano documentazioni del XIII e XIV secolo. [73]

Otto Stolz riporta [74] alcuni nomi di mercanti italiani che, tra il 1650 e il 1820, parteciparono ai mercati annuali di Hall. Aggiunge che in un libro mastro della ditta Kögl di Hall, per il periodo 1760 – 1790, si registrano rapporti commerciali con le città di Amburgo, Magdeburgo, Vienna, Genova, Livorno, Amsterdam, Trieste, Francoforte, Firenze e Basilea.

1600 - 1740 – introiti della dogana di Bolzano

"Nell'anno 1600 si introitarono circa 20000 fiorini e, nel 1740 circa 40000 fiorini annui." [75] Interessante risulta la lista delle merci da tassare. Balza immediatamente agli occhi la quantità e varietà di prodotti tessili che provengono da diversi Paesi europei; la stesso succede per il vetro, in passato un'esclusiva veneziana, ora importato dalla Boemia e dalla Germania. In 140 anni le entrate della dogana di Bolzano sono sì raddoppiate, ma a questa cifra bisogna togliere l'inflazione e l'aumento dei costi per il personale. È così possibile notare il considerevole salasso economico subito dalla via del Brennero.

La varietà delle mercanzie, riportate nel tariffario doganale di Bolzano del 1670, si estende dalle creazioni in oro e argento, ambra, cibeth (pietra preziosa) o pisen. Dai prodotti serici, non lavorati o con oro e argento o semilavorati provenienti dalla Germania e dall'Olanda... alle stoffe milanesi, spagnole, veneziane, padovane, fiorentine, vicentine, bassanesi, bergamasche..., ai cappelli provenienti dalla Germania, Francia e Italia, alle lenzuola tedesche e italiane, persino ai materassi. Lino, pizzo, pellame e cuoio, scarpe di ogni tipo, pelli di ermellino, lince, martora, cappelli e copricapo in pelle... Rame, ottone, peltro, piombo, ferro e acciaio oltre ai loro prodotti; filo di rame, pentolame, rame grezzo, prodotti in peltro...e moschetti e pistole...; inoltre, chiodi, campanacci per il bestiame, ganci, pale e badili di ferro... Spezie, colori e prodotti da apotecario, frutta candita, pasta genovese, pepe, chiodi di garofano, rabarbaro, cassia, mirra, incenso, fichi, zibibbo, mercurio, vetriolo... Vetri veneziani, tedeschi e boemi, lenti e specchi... Miele, sapone, cera... e piume di struzzo, corde per violino e piume per letti... Legname e avorio... Limoni, pomarance, noccioline, castagne o maroni... Vino, malvasia, distillati... Olio. [76]

1675-1749 gabella di Fernstein

Da Augusta si poteva raggiungere Bolzano superando il Brennero o seguendo l'itinerario Fernpass – Reschen – Merano. Entrambi gli itinerari erano da classificare di prima categoria e potevano venir percorsi da carriaggi e bestie da soma.

Una gabella è anche il sito in cui si può registrare la provenienza delle diverse mercanzie e dai libri mastri apprendiamo del passaggio di tessuti olandesi e delle Fiandre, di Cambray, Osnabrück e Ulm. Di balle di lana provenienti dall'Inghilterra e dalla Spagna, pellami bavaresi e svedesi, di metalli de Teutschland... Di vini tassati pro Yhrn (che equivaleva a mezzo Sam, cioè 75 litri) e tra questi malvasia e moscatello, vino di Conegliano, vernaccia e vino della Valtellina... D'un certo rilievo risulta l'ordinanza relativa ai merciaioli che vengono tassati a seconda dei contenuti delle loro gerle o cassette per cifre comprese tra 1 e 7 Kreuzer. Gli ebrei continuano a venir tassati a seconda che procedano a cavallo o a piedi. [77]

1690 –Lavarone

Sull'itinerario che da Trento conduceva a Thiene e Schio, proseguendo per Vicenza, già dal 1276 è documentata una gabella a Lavarone di proprietà dei vescovi di Trento. [78]

1736 –primo tentativo per una tariffa doganale valevole per tutto il Tirolo

L'ordinanza del 1723 introduce per la prima volta una tariffa doganale a stampa valevole per tutto il territorio del Tirolo. Sulla colonna di sinistra vengono riportate le merci in ordine alfabetico, in tutto quasi un migliaio; sulla destra, su tre colonne, il tariffario suddiviso per merci in entrata, in transito e in uscita. Per la prima volta è possibile ipotizzare che lista e tariffario siano il frutto d'una scelta politico-economica centralizzata, nata cioè negli uffici amministrativi viennesi. [79] Il documento proviene dalla dogana di Lavis. Anche qui la lista delle merci si legge con piacere e si va dalle armature allo zucchero filato, dai vari articoli di merceria alle carte da gioco, dal ferro al vetriolo, dal pesce ai frutti, dai frutti del Lago di Garda agli alberi da frutto, dall'argento all'oro, dal vetro al cristallo, dalle perle ai capelli per parrucche, ai peli di cavallo e vacca, cappelli e bottoni, dal legno ai guanti, dal pellame ai collanti, dall'ottone all'olio alla carta alla farina, dalla pergamena alla latta, dal piombo al rosolio al cordame alla seta, dalle falci al tabacco da fiuto al vino...

7. 1 Sin dal 5 aprile 1561 appaiono allarmati e preoccupanti rapporti all'Imperatore Ferdinando I. I resoconti denunciano la diminuzione dei traffici attraverso il Tirolo in quanto il commercio con "zucchero, aromi e spezie e altre merci che prima erano esclusiva veneziana" arrivano nella terra teutonica da Anversa e "altri luoghi in Olanda" [80] e non più dalle terre venete. Sacrosante preoccupazioni originate dall'agguerrita concorrenza e che spingevano i commercianti veneziani a cercare nuove vie, magari verso Milano e Berna per arrivare sul mercato mitteleuropeo più celermente e soprattutto con costi minori. Inutilmente, come stanno a testimoniare il tonnellaggio e le entrate portuali dell'Europa settentrionale che cancelleranno la secolare storia commerciale di Venezia, patria frequentata da molte genti d'ogni lingua et paese, [81] dei suoi moli, magazzini e fondaci (a San Giuliano per gli Armeni, per i tedeschi a San Bartolomeo, a san Matteo di Rialto per i turchi, a Rialto Nuovo per i lucchesi) .

Le grandi scoperte geografiche avevano messo in moto un sistema di sfruttamento commerciale - organizzato dapprima da portoghesi e spagnoli, cui in seguito s'aggiunsero olandesi, tedeschi e inglesi- che prevedeva a pagamento delle merci esotiche acquistate l'offerta di prodotti di minor valore. In un secolo (dal 1520/1530 al 1610) la stazza complessiva delle navi spagnole inviate in America passerà dalle 10000 alle 40000 tonnellate. La notevole espansione dei trasporti marittimi fu alla base dell'ulteriore sviluppo dei traffici olandesi e inglesi. La stazza del naviglio mercantile inglese aumentò da 67000 tonnellate nel 1582 a 115000 nel 1629 e a 340000 nel 1686. Per quel che riguarda l'Olanda il suo potenziale marittimo superò rapidamente quello di tutti i concorrenti. Il gettito dei diritti portuali di Amsterdam aumentò, rispetto al 1589, del 310% nel 1620 e dell'805% nel 1700. Tutto ciò fu possibile grazie a quattro fattori:

- la facilità di credito;

- lo sviluppo delle assicurazioni;

- i progressi della tecnica nelle costruzioni navali;

- la nascita delle società per azioni.

Il Continente veniva confinando sempre più la Penisola e i Paesi del Mediterraneo in un ruolo marginale. Le antiche vie alpine diventano percorsi secondari; i gloriosi porti e fondaci dell'Adriatico, della Liguria, del Tirreno e del Mediterraneo s'avviano verso un crepuscolo che dura ancora nei nostri giorni.

L'Europa, nonostante tutto, rimaneva ingabbiata dalla rete di barriere doganali descritte da Andrea Ryff, [82] mercante di Basilea vissuto alla fine del 1500. Sul Reno, tra Basilea e Colonia, le merci dovevano superare ben 31 barriere doganali; nello stesso periodo l'Elba ne aveva 35; il Danubio ben 77 solo nella Bassa Austria; nel 1567 lungo la Loira e i suoi affluenti s'esigevano ben 200 pedaggi in 120 località diverse. Lo stesso valeva presso i siti daziari alpini e prealpini.

Nel 1668, la situazione del traffico commerciale tra Italia e Germania attraverso il Tirolo, è sottolineata da un comunicato in cui "la città di Francoforte propone per la spedizione di merci verso l'Italia e il Levante di attraversare il Tirolo, in special modo per tessuti olandesi diretti nello Stato veneziano. Il governo austriaco osserva a proposito: simili tessuti possono, attraverso Verona e Livorno, giungere nel Levante. Non si consiglia di denunciarne la provenienza alla Repubblica veneziana. L'altra proposta della città di Francoforte, riguarda l'abbassamento delle tariffe doganali di Feldkirch per favorire il traffico commerciale dalla Germania occidentale verso l'Italia attraverso il Tirolo. Tale proposta non è accettabile, in quanto le merci, provenienti da Ulm e Augusta, in gran parte attraverso Feldkirch e i passi dei Grigioni, arrivano a Milano. Un abbassamento di quelle tariffe doganali farebbe in modo che un quantitativo maggiore di merci s'indirizzi su quei percorsi, invece che per il Tirolo. La proposta della città di Francoforte, di chiedere alla città di Colonia per i commerci con l'Italia di scegliere i percorsi per il Tirolo invece di quelli che attraversano la Svizzera, può venir fatta privatamente e direttamente dai commercianti, invece che dai rappresentanti dello Stato, per non indisporre gli Svizzeri. D'altronde una simile proposta era già stata fatta dal Governo austriaco alla città di Colonia. Il Governo austriaco, per tramite dell'imperiale ambasciatore, aveva comunicato alle città di Amsterdam, Harlem e Leyden che alla dogana di Roferaid e alla veneziana di Verona, erano stati diminuiti i dazi. Un nuovo ordinamento daziale per il Tirolo, programmato dal Governo, dovrebbe indirizzare i commercianti stranieri a servirsi del percorso tirolese." [83]

È la testimonianza di una più o meno larvata guerra doganale: una concorrenza su percorsi e territori che vedevano un flusso merceologico invertire una secolare direzione. Le merci provenivano ormai dal centro e Nord-Europa e cercavano, con ogni mezzo, di penetrare nella Penisola per proseguire verso il Levante. Si tratta anche di uno dei tanti indizi e sintomi della complessa crisi che dal 1500 erode l'economia italiana che si trova ad affrontare nuovi processi di industrializzazione, una estesa recessione economico – alimentare – occupazionale causata dal fenomeno della piccola glaciazione che riduce drasticamente i territori montani adibiti a pascolo, orto e campi; [84] epidemie che dimostrano l'impotenza nell'affrontare il flagello della peste; una catastrofica situazione politica e la reazione della Controriforma.

Una crisi che si rileva soprattutto nella documentazione delle dogane secondarie, come a Lafraun o Lavarone (1690) sull'altopiano orientale di Trento, via diretta per Vicenza. Nel 1606 si ebbero entrate per 3000 fiorini, nel periodo del 1740 le entrate erano solamente di 1600 fiorini. [85] Alla dogana zu Unterrain am Perchmann bei Eppan nel 1600 si registrano 5500 fiorini, nel 1740 solamente 2000. [86]

Am Lueg (Brennero), Mühlbacher Clausen e Bolzano, si registravano entrate in crescendo. Ciò poteva derivare dall'inflazione, non potendosi paragonare il traffico commerciale sui passi alpini primari alla mole di merce che s'ammassava e si distribuiva sulle banchine dei porti dell'Europa settentrionale o agli incrementi stratoferici dei diritti portuali di Amsterdam, Londra, Rotterdam, Lubecca e Amburgo.

È interessante dare un'occhiata ai dati della dogana Lueg am Brenner, in attesa di studi più approfonditi e dettagliati sulle merci e sul tonnellaggio. Su questi numeri è possibile leggere la crisi che colpì, tra 1500 e 1700, le comunità attraversate dagli antichi itinerari alpini.

luogo

anno

entrate

Lueg - Am Brenner

1415

1432

1437

1500

1560

1594 – 1600

1740

720 Mark

1430 Mark

2014

4326 fiorini

7697 fiorini [87]

8663 fiorini

16545 fiorini

Alle entrate bisogna togliere i costi per il personale, il mantenimento dei percorsi viari e dei ponti, delle scorte e dei magazzini. Il netto veniva a ridursi ad un pugno di fiorini.

CONCLUSIONE

Durante gli anni in cui mi sono occupato prima di persone provenienti dall'arco alpino e prealpino, immigrate nell'area di lingua e cultura tedesca, poi di merci giunte sulle piazze, mercati e fiere alemanne proprio grazie ai sentieri percorsi anche da chi emigrava e, infine, soffermandomi sugli stessi itinerari, mi sono accorto della mancanza di uno studio comparativo ed esaustivo che contempli questi aspetti, la loro origine, il loro periodo di massima crisi e fulgore, come l'epoca e le cause della decadenza.

Nonostante le difficoltà per riunire aspetti così diversi, il lavoro iniziato mi ha convinto che la storia di questi percorsi millenari fa parte, ormai, della cultura europea e che ne è uno dei pilastri. Trovo che la realtà medievale e rinascimentale, dell'era barocca e paleoindustriale si riflette oggi nel fondaco o magazzino della ditta tedesca alle porte di Milano, di Ferrara, di Chieti e Palermo. Ritrovo in Petrus Lombardus (sec. XIII, Colonia), in Paulus Pagani (1388) e Simone Sassolini (1408) gli antesignani del funzionario della tal banca, della ditta di Ivrea o di Alba, del manager della ditta automobilistica di Torino o del grande sarto calabrese, dell'inviato del quotidiano o del tal programma televisivo in terra tedesca.

La complessità del fenomeno, il riporto delle informazioni, il loro concatenamento spazio-temporale e la loro attualizzazione, stanno a dimostrare come nel nostro Paese poco o nulla sia stato fatto per salvare questi aspetti della nostra storia.

È da rilevare, inoltre, la mancanza quasi assoluta di collaborazione tra storici tedeschi e italiani che porta all'assurda affermazione/informazione, nei casi di emigranti provenienti dal Königreich Sardinien: originario della Sardegna, testimonianza dell'assoluta mancanza di informazioni storico-geografiche sul Paese d'origine di chi ha scelto di vivere nella natione alemanna. Ciò sta a significare che la storia non può venir scritta solo in una lingua: si rischia di falsare, in parte o del tutto, minimizzare o sottacere, aspetti ruoli e significati di un movimento socioeconomico e culturale.

La storia della presenza italiana nell'area tedesca deve comunque rendere onore ai diversi storici locali: essi hanno vissuto a stretto contatto con gli archivi (privati, parrocchiali e pubblici) riportando e salvando, molte volte, una documentazione importantissima e, per molto tempo, definita secondaria.

La storiografia locale tedesca, sul tema immigrazione, è attiva da più di un secolo e risultati e dati di queste ricerche dovrebbero quantomeno risultare reperibili, anche in traduzione, in un centro di raccolta interessato al fenomeno emigratorio.

Analoghe osservazioni per le ricerche degli storici locali italiani.

L'intrecciarsi nel continuum storico di realtà sociali-economiche-culturali ritenute minori fa nascere la proposta d'un approccio aperto tra chi indaga uno specifico aspetto da un osservatorio provinciale o comunale e chi esplora e analizza le stesse realtà e fenomeni da una prospettiva diversa. L'apertura e l'avvicinamento potrebbero far sì che, finalmente, si parli di storia comune e considerare l'immigrante – il lavoratore straniero – il viaggiatore come il protagonista d'una storia collettiva. Grazie all'inesauribile e secolare flusso di manovalanza e artigiani, di mercanti e ambulanti, di uomini di cultura e d'avventura è possibile riannodare e documentare fasi storiche, documentate da vicende ed esperienze che hanno una lontana origine.

L'antico percorso spaziotemporale della presenza italiana nell'area di lingua e cultura tedesca risulta un affascinante e complesso racconto epico e storico che ha la capacità di sedurre e conquistare, grazie ad uno spettro tematico che nulla e nessuno trascura ed omette, e che ha in sé l'accettazione di altre culture e l'offerta della propria.

BREVE NOTA BIBLIOGRAFICA

La bibliografia, primaria e secondaria, relativa al saggio conta e si basa su quasi 1000 titoli, la maggior parte in lingua tedesca. I più datati, ma per questo non i meno interessanti, risalgono ai vent'anni che precedono il 1900. Dal conto vengono esclusi gli articoli apparsi sulla stampa tedesca negli ultimi cento anni. Non credo che il riporto della bibliografia possa aggiungere qualcosa all'intervento.

La bibliografia meriterebbe, invece, uno studio e presentazione a parte, data la sua importanza, in attesa di raccogliere i volumi o parte di essi, in una qualche istituzione creata per lo studio del fenomeno dell'emigrazione e presenza italiana nell'area di lingua e cultura tedesca.

Rimando, perciò, alle note contenute nel testo.

BIOBIBLIOGRAFIA

Luigi Rossi è nato a Rovigo (1950) e vive a Bochum dal 1978. Egli si è laureato a Firenze nel 1975 con la tesi Radici delle immagini di memoria e mito nella poesia italiana del primo novecento. Insegna italiano e arte presso la Gesamtschule F. Steinhoff di Hagen dal 1984. Precedentemente era stato lettore di italiano presso l'Istituto di Filologia romanza dell'Università di Bochum.

artendo dagli studi linguistici e da interessi letterari è approdato, da diversi anni, alla ricerca storica sulla presenza italiana nell'area di cultura tedesca.

Tra le sue più recenti pubblicazioni:

Gearbeitet –gelebt – gestorben, 1991 Hagen

J.B.T. –una sociobiografia, 1992 Padova

Il manoscritto Ravelli (a cura), 1992 Padova

L'attentatore (Herschel Grynszpan e la notte dei cristalli) di Lutz van Djjk – cura dell'edizione italiana dell'omonima pubblicazione dell'editore Rowohlt di Amburgo, 1992 Padova

La via del peltro – Der Weg des Zinns (paleoemigrazione italiana nell'area di cultura tedesca 1500-1900, introduzione di Sebastiano Vassalli) –in Le Rive, 3/1993 Casale C. Cerro (Verbania)

Una vita una storia (biografia dell'emigrato S.B.), a cura, Padova 1993

La pagina & il piacere (o L'amore per l'arte della stampa), serie di 20 xilografie con testi, 1994 Bochum

J.P.F. –Aqua Mirabilis, 1995 Padova (Premio Giovani Regione Veneto, S. Donà di Piave 1997)

Bella Forma, peltro e acciaio dal Piemonte (a cura), 1997 Hagen (catalogo bilingue dell'omonima mostra sul fenomeno dei peltrai piemontesi in Germania nell'epoca compresa tra 1500-1900)

Die Tinte und das Papier, antologia di autori italiani in Germania – 1999 Aachen

Sta curando una bibliografia completa sulla storia della presenza italiana in Germania.

Alcuni suoi interventi tematici in lingua italiana sul tema emigrazione:

Il caso J. M. Bolongaro (1712-1779), sulla rivista Le Rive 6/1966 - Casale Corte Cerro (Verbania)

Con la gerla nelle città della Magna, in Le Rive 2/1998

Una storia profumata, in Le Rive 3/1999

Sulle vie d'Europa, in Le Rive 5/1999

Friedhof Melaten, in Le Rive 2-3/2000

Di prossima pubblicazione:

Joannes Janety de Campelli Ramellæ, riflessioni su un documento del 4 maggio 1619 relativo ad un peltraio di Campello Monti, Verbania 2001

Il Rodari tradito, le traduzioni delle opere di Gianni Rodari in lingua tedesca, Novara 2001



[1] Le poche tracce rimaste, tra le quali una iscrizione del I secolo d. C. che definisce il tragitto come Via Claudia, non sembrano sufficienti per inserire questo percorso tra le vie principali. Negli itinerari del III secolo non viene riportata (Cfr. Otto Stolz, Deutsche Zolltarife des Mittelalters und der Neuzeit, pag. 326 – Wiesbaden 1955)

[2] Otto Stolz, Deutsche Zolltarife des Mittelalters und der Neuzeit, nota 3 – pag. 325, Wiesbaden 1955

[3] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 194. Egli traduce l'iscrizione latina risalente all'anno 1782 e riportata in A. Lanser, Innsbrucker Inschriften, 1924.

[4] Da alcuni versi del poeta Friedrich Mathisson che, nel 1799, transitò per il Brennero. Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 194

[5] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 326

[6] ib.

[7] Antonio de Beatis, Die Reise des Kardinals Luigi d'Aragona..., un contributo sulla cultura del tardo Medioevo a cura di Ludwig Pastor, Herdersche Verlagshandlung - Freiburg im Breisgau 1905. La letteratura di viaggio ha una rilevante importanza, non solo per il percorso Bolzano – Brennero – Innsbruck, ma anche per il Gottardo e le vie aostane. Essa offre interessanti momenti sui percorsi, sui villaggi, paesi e città, tradizioni e personaggi che interessarono anche gli emigranti e i commercianti di quei periodi. Dobbiamo ringraziare Antonio de Beatis, un personaggio molto interessante e che meriterebbe una maggiore attenzione, per la messe di informazioni sull'Europa del suo tempo. Egli tralascia la lingua latina in quanto pochi la comprendono e lo stesso relatore non la padroneggia a sufficienza. Egli aggiunge di non padroneggiare neppure il toscano e perciò sceglie il dialetto pugliese. Attraverso la sua opera, facciamo conoscenza con il cardinale Luigi d'Aragona, i suoi interessi e la passione per le biblioteche. Apprendiamo delle visite alle biblioteche di Costanza, Spira e Colonia, Mechelen e Blois. A Colonia, nella biblioteca dei Domenicani, ammirò un manoscritto di Alberto Magno.

[8] Nurimbergh è fornita de mercanti de ogni natione (de Beatis, op. cit. pag. 500). Ad Augusta, invece, conosce le fortune dei Fucchari (Fugger) e dei Belzari (Welser) practici per Italia e bon mercanti (de Beatis, op. cit. pag. 499).

[9] Ludwig Pauli, I passi alpini e le migrazioni celtiche, in I Celti, pag. 215 - 1991 Milano

[10] A. Lüthi, Zermatt und die Hochalpenpässe, op. cit. pag. 14

[11] ib.

[12] ib.

[13] Cfr. A Lüthi, op. cit. pag. 21

[14] gli esempi di archeologia alpina riportati da Adolf Lüthi sono affascinanti. Egli circoscrive le proprie ricerche alla regione di Zermatt, e le sue intuizioni e deduzioni sono sempre sorprendenti.

[15] Cfr. A. Lüthi, op. cit. pag. 25

[16] ib.

[17] K. Sotriffer, Il fieno e la paglia, pag. 129 – Bolzano 1990

[18] nel 1351/1352 Venezia deciderà di abbandonare il Caminum Basle (la via di Basilea) per il Caminum Norimbergä, la via di Norimberga. Ciò significava l'abbandono della via del Gottardo per il Brennero. Si confronti l'opera (quasi introvabile) di Traugott Geering, Handel und Industrie der Stadt Basel, pag. 349 – Basel 1886.

[19] Cfr. Geering, T. op. cit. pag. 206

[20] Alla fine del XIII secolo il commercio sembra aver superato parte delle difficoltà provocate dallo scavalcamento del Gottardo. I problemi maggiori non erano presentati dal Ponte del Diavolo, ma dalla gola del Kilchberg. Il passaggio Urner Loch è del 1707. Sino al 1707 il traffico doveva necessariamente passare dalla stretta galleria di legno, sospesa ed esterna alla parete rocciosa. Da questo passaggio sospeso s'aveva comprensione di cosa fosse il vuoto, il possibile precipitare sulle rocce sottostanti. Nel fondo giacevano carcasse di muli e asini imbizzarriti che s'erano lasciati rovinare in quella gola, infestata da fantasmi e dove il vento creava sibili mostruosi. Era la gola dove, a quel che si raccontava, s'andava formando la pioggia e la neve. Un taglio profondo nella roccia, il pedaggio da pagarsi per scivolare nel mondo tanto agognato e sognato da emigranti e commercianti (Cfr. L. Rossi, J.P.F.-Aqua mirabilis, Linea Ags Ed. - Stanghella / Padova 1995, pag. 150-152).

[21] Cfr. Geering, T. op. cit. pag. 209

[22] Johannes Müller, nato a Königsberg in Baviera nel 1436 e morto a Roma nel 1476, matematico e astronomo che nella città di Norimberga aveva allestito una stamperia e un osservatorio.

[23] Calabi Donatella, Il mercato e la città, pag.69, Venezia 1993

[24] Cfr. Calabi D., op. cit. pag. 30

[25] I tenitori di banchi feneratizi di Asti e Chieri furono tra i primi a prendere piede a Basilea.

[26] Cfr. L. Rossi, J.P.F.-Aqua mirabilis, op. cit., pag. 153-154

[27] A. Schindling, Bei Hofe und als Pomeranzenhändler: Italiener im Deutschland der Frühen Neuzeit, in K. Bade Migration in Geschichte und Gegenwart, pag. 288 – München 1992

[28] il Kreuzer equivaleva nel 1615 a 1/60 del fiorino o a 1/90 del tallero reale.

[29] J. Augel, Italienische Einwanderung und Wirtschaftstätigkeit in rheinischen Städten des 17. Und 18. Jahrhunderts, pag. 208 - Bonn 1971

[30] Origo Iris, Il mercante di Prato, pag. 155 – Milano 1988

[31] Cfr. L. Rossi, La via del peltro in Bella Forma, Zinn und Edelstahl aus Piemont, pag. 23 e seg. –Hagen 1997. L'opera bilingue contiene i risultati della decennale ricerca sul fenomeno dei peltrai piemontesi operanti nell'area di lingua e cultura tedesca. All'omonima mostra, tenutasi al Museo regionale dell'Industria e dell'Artigianato di Hagen, hanno partecipato la Regione Piemonte, le province di Verbania e Novara, il Comune di Omegna e gli industriali Alessi e Lagostina. Il catalogo è stato curato dall'Atelier Mendini.

[32] F. Schmid, Verkehr un Veträge zwischen Wallis und Eschental vom 13. bis 15. Jahrhundert, in Blätter aus der Walliser Geschichte 1889/1890, pag. 143 e seg. (senza anno)

[33] Tra il 1200 e il 1300 vennero firmate diverse convenzioni tra rappresentanti ossolani e formazzini con la controparte bernese. Tali accordi garantivano il comune impegno per l'apertura "d'una strada commerciale tra Milano e Berna. Questo modificò la tradizionale economia d'alta quota dei Walser di Formazza, aggiungendo all'allevamento la someggiatura, il trasporto mercantile a dorso d'animale (una soma era uguale a due balle di merci), cfr. E. Rizzi, La mulattiera del Gries in Le Rive 3-1998, pag. 55 e seg.

[34] Cfr. F. Schmid, op. cit. pag. 147

[35] Cfr. F. Schmid, op. cit. pag. 157

[36] F. Schmid riporta che il Pfennig consisteva, in quell'epoca, alla duecentoquarantesima parte di una lira, un valore molto lontano da ciò che rappresenta il centesimo odierno. Sembra un valore molto basso che cambia immediatamente se rapportato ai valori reali dell'epoca storica in questione. Nel 1269 la paga giornaliera di un lavoratore era di 2 Pfennig, senza vitto 4, senza vino 5... (op. cit. pag. 164).

[37] Cfr. F. Schmid, op. cit. pag. 161

[38] Cfr. F. Schmid, op. cit. pag. 162

[39] Cfr. F. Schmid, op. cit. pag. 163

[40] Donatella Calabbi, Il mercato e la città – pag.49, Venezia 1993

[41] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 65

[42] è interessante ritrovare, già nel sec. XIV la definizione Krämerei per merci considerate di scarso valore. I Krämer o merciaiuoli, ambulanti o no, saranno rappresentati sino ai primi decenni del nostro secolo da un buon numero di emigranti italiani. Essi svolgeranno per secoli la propria funzione seguendo l'ambulantato o curando negozietti o mercerie in paesetti e città. Tra le loro merci, oltre ai classici bottoni, fili e aghi, troveremo frutta secca, pomaranci, creme e profumi vari... Molti di questi merciaiuoli, tra i secoli XVI e XVIII, saranno l'unica fonte di guadagno per intere località alpine e prealpine.

[43] Cfr. O. Stolz, Quellen zur Geschichte des Zollwesens und Handelsverkehres in Tirol und Voralberg vom 13. Bis 18. Jahrhundert, pag. 64-65 – Wiesbaden 1955

[44] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 300

[45] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 304

[46] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 307-308

[47] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 315

[48] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 323

[49] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 267. Così il testo latino riportato in O. Stolz: " mercatum in villa, que dictur Lengenstain in monte Rithen, cum omni iure et utilitati, que inde provenire poterit, et cum omne libertate".

[50] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 267

[51] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 267

[52] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 276

[53] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 300

[54] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 304

[55] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 314

[56] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 314

[57] Cfr.O. Stolz, op. cit. pag. 105: per ogni ebreo o ebrea zu Ross(a cavallo) 20 kreuzer, a piedi 10 kreuzer. Le merci sarebbero state valutate a parte.

[58] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 72. L'informazione è ripresa dalla traduzione preparata nel 1902 da Desiderio Reich per Tridentum, vol. 6, pag. 25

[59] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 82, nota 20 "I proprietari delle gabelle, anche attraverso i gestori, hanno cercato sin dall'inizio d' impegnarsi a mantenere il percorso stradale, con sentieri e ponti, in una condizione che permettesse il transito di animali, carri e barconi e di calcolare la gabella in base all'uso che si faceva delle vie. Dalla fine del 1200 si è iniziato in Tirolo a curare certe dogane basandosi sui generi e valori, oltreché peso (Sam) e per averne un ricavo. Il große Zölle è la tariffa pagata per il transito di queste merci, mentre il kleine Zölle è la tariffa riservata ai mezzi da trasporto, il cosiddetto pedaggio... Fino a tutto il 1300 i destinatari delle entrate derivanti dal piccolo pedaggio erano le persone che ampliavano o mantenevano in buono stato i percorsi; dal 1440 circa l'entrata derivante dai pedaggi venne destinata alle comunità attraversate..."( in O. Stolz, op. cit. pag. 177)

[60] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 284

[61] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 89-90

[62] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 91-92

[63] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 87 . Così nel testo: "Halbguet ist malvasier, saiffen, glas, puecher..."

[64] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 90

[65] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 89. Così nel testo "... Daraus wir versteen, das vil und groß contrawend getrieben worden ist..."

[66] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 101. La classificazione beni comuni segue la Ganzgut, la Mittlere Guter ed è posta prima di Andere Waren

[67] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 95-96

[68] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 104-108. Risalta come l'ordinamento, nonostante l'area romanica, sia redatto in lingua tedesca. Per la gabella di Sack/Sacco è documentata una stazione già dal 1200 per il traffico sull'Adige e sul ponte che univa le due rive del fiume. A Sacco esisteva una catena che interrompeva, o dava il via libera, al traffico sul fiume.

[69] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 111

[70] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 113-114

[71] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 128

[72] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 178-179

[73] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 139

[74] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 292, citazione da uno studio di Josef Faistenberger del 1869

[75] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 141 e seg.

[76] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 143-144

[77] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 146-147

[78] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 157

[79] nell'Archivio Regionale di Innsbruck. Cfr. O Stolz, op. cit. pag. 163

[80] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 244-245

[81] D. Calabi, op. cit. pag 239

[82] si veda la fondamentale opera di Traugott Geering Handel und Industrie der Stadt Basel, Basel 1886

[83] O. Stolz, op. cit. pag. 150-151, nr. 64b

[84] L'inverno del 1480-1481 durò sei mesi, quello del 1607-1608 ghiacciò i laghi europei e i ghiacciai alpini minacciarono i villaggi a quota mille. L'inverno del 1708-1709 sembra sia stato il più freddo. Nel 1788-1789 gelano i fiumi europei e i porti settentrionali del continente. Nelle vallate alpine si dice che, ormai, esiste una sola stagione: l'inverno passato e il prossimo.

[85] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 157

[86] Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 134

[87] Una notizia curiosa si ricava dallo studio dello Stolz. Nei mesi di gennaio e dicembre del 1551 si rilevano entrate per 327 e 557 Mark, somma molto più elevata dei 113 Mark di luglio e dei 106 Mark di agosto. Egli annota che il traffico invernale lungo il Brennero doveva essere maggiore che nel periodo estivo, in quanto gli animali da tiro non erano impegnati in agricoltura (Cfr. O. Stolz, op. cit. pag. 224).



Autor (author): Luigi Rossi
Dokument erstellt (document created): 2002-08-13
Dokument geändert (last update): 2002-08-20
WWW-Redaktion (conversion into HTML): Manuela Kahle & Stephan Halder