Vivat Germania latina, Vivat Latinitas teutonica!

Francesco Tateo

Urbanesimo e cultura umanistica nella latinità germanica



Non c'è dubbio che il genere letterario della laus urbium rappresenti uno dei più tipici fenomeni della latinizzazione in senso umanistico della cultura letteraria in Germania fra i secoli XV e XVI. Forse è ozioso chiedersi se l'emergere delle città, che in realtà hanno acquistato già una loro identità anche in area germanica fra i secoli XI-XIII [1] , ma che alla fine del secolo XV assumono una fisionomia di centri regionali, preceda o segua l'influsso dovuto alla creazione sicuramente italiana del genere in un felice incontro fra filologia e retorica, fra geografia e storia, descriptio e narratio. È evidente come il genere sia in rapporto con il fenomeno sociale dell'incremento urbano e della sua riorganizzazione politica e che l'elaborazione in forma epidittica del tema sia in rapporto con l'indirizzo oratorio della nuova retorica in prosa o in versi che sia.

Come è noto, l'argomento ha riscosso interesse negli ultimi tempi, fra gli storici della società e della letteratura ed è appena il caso di citare il saggio di Paul Gerhard Schmidt [2] , il libro di Hartmut Kugler [3] e quello di Gernot Michael Müller [4] , un più recente saggio di Giuseppe Lombardi che si riferisce alla descrizione delle città tedesche e in particolare di Norimberga [5] , ma da parte di umanisti italiani, e alla pubblicazione e commento di alcuni pezzi esemplari che in questa occasione, per una prima impostazione del discorso, ho scelto di considerare, fra cui mi è stato particolarmente utile il saggio di Ludwig sul carme di Michaelius Laetus [6] .

Bisogna vedere fino a qual punto le Laudes, al di là del codice del genere, siano la testimonianza di una coscienza "urbanistica" [7] , e fino a qual punto si possa distinguere la descriptio urbis che rinnova e sviluppa, all'interno del genere storiografico, un elemento necessario a circostanziare ed amplificare l'historia, come avviene nell'esemplare Storia di Firenze di Leonardo Bruni, la quale essa stessa rappresenta complessivamente una laudatio da aggiungere ad una vera e propria laudatio qual era il Panegirico del 1404 [8] , e le orazioni o liriche impostate secondo il genere epidittico e che sembrano privilegiare l'elemento topografico ed etnico. Nell'Italia dei secoli XIII-XV alcuni esempi notevoli di elogio di città, quello di Milano dovuto a Bonvesin della Riva e più tardi quello di Padova dovuto a Michele Savonarola [9] nascevano dalla cronaca municipale e si arricchivano di motivi archeologici preumanistici, collegandosi direttamente non a finalità di natura encomiastica e politica, ma propriamente di erudizione e d'informazione. I dati, spesso anche numerici, prevalevano sull'aggettivazione dell'elogio, e ne erano gli elementi essenziali, se non facevano addirittura parte di quell'amplificatio non retorica ma erudita che la cronachistica richiedeva. Ora la ricerca storica in senso topografico e archeologico di Biondo Flavio [10] alimentava un nuovo genere di esaltazione della singola città come sviluppo in senso geografico della narrazione storica. La configurazione politica della città, l'accentramento nelle mani del patriziato o del signore incanalava l'interesse geografico nelle forme epidittiche richieste dalla tipologia stessa della cultura umanistica. Ma c'è un interesse propriamente urbanistico? Quale consapevolezza del carattere precipuo della nuova città, del rapporto fra urbs e ager si riflette in queste laudes che abbandonano in sostanza l'informazione particolare, il dato materiale, per evadere e adeguarsi ad un modello ideale? In Italia proprio l'autorità del modello ideale trasformava la descrizione positiva della città nella trattatistica della città ideale: ma la città ideale era la nascita dell'urbanistica in senso moderno [11] .

Un epigramma di Adam Werners von Themar in lode di Strasburgo (1494) [12] condensa tutti i tratti della città ideale in sei distici dove non esiste un solo dato positivo, sebbene non manchino allusioni alla situazione e funzione politica della città (libera e governata da una sua propria legge, cuore dell'Alsazia, che la tiene cara come sua difesa, illustrata dal simbolo del giglio che non teme la concorrenza di un giglio più potente). Il poeta sfugge con eleganza al tema dell'origine del nome, ma ci dà un'interpretatio ("Argentina potens, non tantum nomine aheno", lo stesso nome di Argentina direbbe la sua bronzea potenza), identifica la ricchezza con due simboli famosi e ricorrenti, "cerere et predivitis uva", Cerere e Bacco, sfuma la lode della sua architettura superiore a tutte le città sul Reno col ricordo iperbolico di Dedalo ("Dedali opus superas, Rheno quodcumque rigatur"), trasferisce su un piano quasi irriconoscibile la lode dell'aristocrazia che la regge ("quisquis tibi cedit nobilitate chorus"). Ma Strasburgo è la porta della Germania: il concetto suggerisce il ricordo di due miti, quello cristiano di Pietro che ha le chiavi del cielo, e quello classico di Giano bifronte, anche lui adibito ad aprire e chiudere le porte. Perfetta trascrizione in termini umanistici della funzione, più che dell'aspetto, della città.

La forma retorica dell'iperbole, nonostante la sua frequenza nel genere epidittico, gioca un ruolo significativo nel caso della lode delle città. Michele Laetus aveva conosciuto Venezia al culmine della sua espansione ed aveva partecipato con un De re nautica [13] alle frequenti lodi di Venezia che nel Cinquecento divengono un vero topos per il letterato che intende sostenere un certo tipo di repubblica e giustificarlo come autentica interpretazione della tradizione classica romana. In un carme in esametri del 1573 la lode di Amburgo si conforma come una lode di Venezia per il riferimento privilegiato alla mercatura e alla posizione favorevole sul mare, che assorbe la vera e propria descrizione del situs ("locus opportuna ministrat litora").

Ma sul modello ideale che ormai si era costituito, non mancano alla città le armi e la dottrina: "Quid quod et armorum penitus non sistat ab usu?". La mercatura appresa dagli Angli e divenuta fonte di ricchezza non ha distratto gli abitanti dall'uso delle armi per la difesa della patria dai pirati, ed ha anzi creato le basi per il riconoscimento dei meriti di chi ha introdotto le sacre arti e gli studi. Nonostante il ricordo di alcuni particolari storici di questa ascesa, la lode è costruita sulla terna platonica della respublica perfetta, dove le tre classi dei sapienti, dei guerrieri e dei mercatores garantiscono la prosperità e la pace, salvo che la gerarchia sembrerebbe capovolta se al primo posto compare la mercatura, che all'editore moderno è parso giustamente il fatto più rilevante del carme, tanto da usarlo nel titolo: "multa importari, multa exportarier inde" è in effetti una felice e concisa rappresentazione della nuova classe mercantile che ha fatto nascere la città [14] . In effetti, la conclusione del carme contiene qualcosa di più sottilmente umanistico che fa pensare ad un ordine inverso d'importanza dei tre gradi della gerarchia. Dopo aver ricordato la gens civilis e gli humanos mores introdotti dalla cultura, ed aver osservato con puntualità economica che se ad Amburgo per via della mercatura i prodotti si vendono a buon prezzo, a Stettino e in Danimarca il prezzo è ancora più basso, il poeta – non sappiamo quanto scherzosamente – interrompe il confronto dicendo in pratica che la cosa importa poco, perché tutto dipende dal cielo:

E caelo populis benedictio creverit ipsis

Adscribas superis quae sunt amplissima. Virtus

res est grata: sed haec caelo sine vindice nusquam

magna est, at caelo semper sub vindice magna est (vv. 85-88).

L'ambigua frase ricorda l'oraziano "divis permitte caetera" con una inflessione religiosa piuttosto che cinica.

L'orazione in lode di Bamberga di Albrecht vov Eyb [15] –ma siamo ad un secolo prima – segue anch'essa uno schema noto, quasi normale nel genere storico, se la descrizione del sito e della posizione, doni di natura, precedono quelli dell'arte, e se i doni dell'arte si distinguono ordinatamente fra quelli dovuti all'indole degli abitanti e quelli dovuti all'organizzazione civile. Dal punto di vista della latinitas trasferita in ambiente germanico è proprio l'ultima parte che colpisce il lettore per l'insistenza sul modello romano della struttura pubblica: felicissima la città per la sua posizione e per la sua struttura urbanistica, ma sapientissima per la sua organizzazione civile. Albrecht tiene ovviamente presente la teoria ciceroniana dell'equilibrio fra le magistrature come garanzia di libertà contro abusi di potere, e fa risalire il sistema agli Etruschi: i tribuni temperano la potestà dei consoli, la molteplicità dei magistrati evita il rischio, che sarebbe inevitabile, sia del governo di uno solo, sia di un governo di pochi. L'individuazione, da parte dell'umanista, della forma migliore di governo nel modello repubblicano idealizzato da Cicerone rivela l'adesione alla linea politica che adotterà nel secolo successivo l'esempio di Venezia di fronte al fallimento repubblicano di Firenze. La giustizia è garantita dalle possibilità offerte alla difesa, sia nelle cause penali, sia nelle cause civili. La lode conclusiva rivolta alla prassi cittadina (pro tam alma patria et republica vigilare, vigilando defendere, defendendo cum laude et gloria gubernare), così classicamente costruita con dittologie e trittologie, ha una ragione profondamente umanistica: non vi è nulla di più bello (pulchrius), di più degno (dignius), di più aderente all'antico costume (antiquius): bellezza, virtù, nobiltà, una triade perfetta applicata alla vita politica, che ovviamente funziona anzitutto nella valutazione estetica come in quella etica.

L'elogio prende le mosse dalla posizione geografica, che permette di confrontare la città di Bamberga con la Francia orientale e con i popoli della Germania; essa risalta per essere città regia e fiorente, per importanza dunque, di fronte all'illustre e ricchissima Francia e non scompare di fronte alle unità etniche della Germania ("inter Germanie nationes non minima"). Essa è collocata al confine fra due sistemi diversi di organizzazione politico-socale. Il riconoscimento dell'opulenza francese e delle numerose presenze germaniche servono ad accrescere il merito della città. Eppure la scelta lessicale dei superlativi e sintattica della comparatio non nasconde una certa precisione topografica, che non si attua comunque attraverso i modi propri della descriptio. E difatti l'umanista non rinunzia ad uno sviluppo iperbolico e poetico della comparatio che precede con la sua genericità ogni informazione: per la oportunitas del situs e la meraviglia delle altre cose Bamberga risplende come il sole fra le stelle. L'iperbole non si ferma qui, perché con un crescendo la comparazione a favore di Bamberga include non solo le città contemporanee, ma anche quelle antiche:

cum quavis non modo earum que hac tempetate preclare ac celebres habentur, sed etiam cum omni possit antiquitatis memoria contendere.

Potrebbe avere un significato socio-economico il fatto che la enumerazione delle qualità, cominci dall'ager circostante. Sembrerebbe riflettere una tipologia della civitas come territorio continuo fra l'urbs e il circondario agricolo, che era il fenomeno che si andava attuando [16] . In realtà il termine urbs è adoperato, correttamente, soltanto per la parte comprendente gli edifici cittadini; l'uso di civitas per il complesso del territorio può riflettere la preferenza per il termine romanzo, o una umanistica propensione per la struttura sociale della cittadina. Ma nella prospettiva dell'umanista gioca probabilmente piuttosto la distinzione fra natura ed ars. L'urbs, come vedremo, appartiene all'ars. Dirà successivamente, spiegando l'ordine del suo discorso: "hec nature fere dona sunt, illa vero artis non exigua sane". I doni di madre natura erano un ager rigoglioso e fertile capace di produrre in abbondanza non solo per gli abitanti del luogo, ma anche per i forestieri e per i confinanti. Non è registrata, anche a considerare il linguaggio evasivo, una vera e propria attività mercantile, ma le parole, improntate ad un modello cortese – in tutti i sensi: "etiam finitimis ubertatem elargiri queat" –si riferiscono forse ad una tradizionale economia di scambio [17] .

La notizia della produzione agricola è dominata dal formalismo retorico, dove non si rinuncia alla iunctura classica di Cerere e Bacco per indicare il frumento e la vite, ma nemmeno ad una variatio per sottolineare la tradizione pagana della coltura del vino ("multitidine vinetorum et Bacho, ut videtur, in primis sacra"). Dopo di che i frutti sono "diversa pomorum genera", gli alberi sono "sylvas et reliqua arbusta", e se si accenna ad una diversità di generi, piante fruttifere e piante non fruttifere, non c'è nemmeno un nome che le distingua. Il verde dei prati introduce la notizia dell'allevamento con un'altra dittologia formulare ("gregibus et armentis"), e degli orti non si ricorda che la bellezza, anche se questa suggerisce la novità di una classica figura ("spaciosa iocunditas"), come la "herbarum et florum ubertas" è citata per l'ornamento che offre alla vita, con una inequivocabile endiadi che nella letteratura italiana almeno diventa il simbolo della vaghezza poetica dovuta alla genericità dei vocaboli: l'erbe e i fior sono un famoso corredo poetico del Petrarca. Sembra che l'umanista si accorga di accumulare le più classiche delizie nella descrizione di Bamberga. Essa ha anche un fiume – non le manca proprio nulla – che la lambisce ("insuper flumine sive amne non indecore abluitur"), non importa come si chiami, importa invece che forse quella corrente vada chiamata piuttosto amnis ("flumine sive amne") una zeppa inutile se non pensiamo all'amnis ricordato da Virgilio (Aen. VI, 659) nella descrizione dei campi Elisii, dove Enea incontra Anchise.

In effetti, il crescendo di questa descrizione così vaga ci riporta appunto, con i suoi unici particolari, alla scena che vede Enea nel giardino degli eroi, dove il sole illumina uno spazio più largo e

pars in gramineis exercet membra palaestris,

contendunt ludo et fulva luctantur harena;

pars pedibus plaudunt choreas et carmina dicunt (Aen. VI, 642-644).

Con un'inversione di termini le occupazioni degli abitanti di Bamberga nel tempo libero in un locus amenissimus adatto al passeggio rassomigliano tanto a quelle dei beati nel Campi Elisii:

Ibi inter flaventes segetes et amena vireta ramosque fecunditate fructuum incurvos ad ipsum amnem alii cantant, iocantur alii, alii obsonium conferunt, denique alii inter se luctantur lacertosi quasi in gladiatorio certamine.

Se non dobbiamo aggiungere un ricordo dei giochi del libro quinto, quando anche a Bamberga il pubblico partecipa divertito alla lotta e ride dinanzi alla caduta di un lottatore. Il ricordo di Virgilio diventa invece esplicito subito dopo, quando nell'accennare all'arx che sorge sul vertice del monte, l'umanista si sofferma a raccontare dell'uso di chiamare a raccolta, per la difesa, col suono del corno: "Et rauco crepuerunt cornua cantu" (cfr. Aen. VIII, 2).

Anche il colle dal dolce declivio, che guarda la pianura, con alle spalle i monti, è un elemento consueto della città ideale. Giovanni Pontano, nel descrivere Troia, città dell'Apulia, sottoposta ad un duro assedio come la sua omonima città omerica, non nasconderà l'allusione alla nobiltà di questa antica, pregevole posizione [18] . È difficile istituire precisi raffronti nel caso di elementi tipologici di così largo impiego, ma certo non possiamo dimenticare a questo proposito come nel più impegnativo panegirico della città di Milano Pier Candido Decembrio aveva segnalato la posizione collinare con le montagne alle spalle come la più opportuna, e l'aveva assunta in funzione polemica contro Firenze adagiata in una valle [19] . Del resto la simbologia del colle e della valle aveva giocato in modo vistoso, proprio contro Firenze tutta urbana e bassa di fronte a Fiesole su un colle dove le abitazioni erano strettamente congiunte con l'ager produttivo ed ornato nel Decameron di Giovanni Boccaccio. Un elemento polemico di questo tipo, anche se non uguale, s'incontra anche nel nostro Albrecht von Eyb, quando nell'accennare alle case e agli edifici regii, al loro numero e alla loro magnificenza che rende spectabilis l'urbs, la parte edificata della città, sottolinea la mancanza di mura, che è segno di libertà, "in maxime libertatis signum". Enea Silvio Piccolomini aveva colto nella struttura bassa e poco massiccia delle mura di Basilea [20] il segno della concordia dei cittadini di Basilea e si era diffuso sulla pace che vi regnava sviluppando un topos che in Albrecht è più visibilmente riconducibile all'ideale descrizione virgiliana, mentre nell'umanista toscano assume i caratteri descrittivi, coloriti dal gusto dei particolari e da un confronto con il costume italico a proposito del gioco della palla che denota la taglia diversa dell'osservatore e dello scrittore:

[...] alii detorquent jacula, nonnulli validas vires saxa jacentes ostentant. Multi pila ludunt, non equidem more italico, sed area quadam ferrea affigunt anulum certatimque contendunt suam quisque pilam per circulum transmittere [...].

Non manca nemmeno chi canta e intreccia corone per i giocatori, le donne sui prati che si divertono a ballare –la rappresentazione di Enea Silvio si vale di un gusto umanistico tutto italiano e finisce con il ritrovare un'analogia fra la città d'oltralpe e una città come Ferrara.

Dall'accenno alle mura comincia anche in Albrecht la breve rappresentazione di un società politicamente pacifica, governata da un santo vescovo, da un devoto clero, popolata di cittadini pieni di umanità e buona volontà, da giovani seri e continenti, da signore di buona fama e pudiche. La ripresa del tema dell'urbs per aggiungere la bellezza delle chiese mostra ancora di più il disinteresse per ogni precisazione di carattere descrittivo: "templorum ornatum et totius urbis admirabilem pulchritudinem". Quella che viene aggiunta è un'ennesima iperbole, tratta da Virgilio e da Omero, per dire che il giorno se ne andrebbe e il cielo si oscurerebbe prima di poter rappresentare la decorata lauticia, ancora una raffinata figura per condensare lo splendore della decorazione di cui non si dice assolutamente nulla. La citazione virgiliana proveniva dalle stesse pagine in cui con qualche accenno di descriptio urbana si rappresentava nell'Eneide la costruzione di Cartagine (Aen. I, 418 sgg.), la cui urbs anch'essa poggiava su un colle, dalla sommità del quale si poteva vedere elevarsi il complesso degli edifici (le porte e le strade, il porto e le fondamenta dei teatri, le colonne per le scene). Il colpo d'occhio di Virgilio su Cartagine non mancava di un'articolazione – per così dire – urbanistica.

La mancanza di discernimento architettonico negli elementi propriamente urbanistici dell'urbs, che delude chiunque cerchi in queste laudationes, non dico dati utilizzabili dallo storico, ma una sensibilità per i problemi logistici ed estetici della città –al di là del livello retorico della meraviglia per l'ornato e dei canoni assai comuni della utilitas, della commoditas, della lindura, è il segno della funzionalità politica e non scientifica o descrittiva almeno dei testi che stiamo esaminando, ai quali si è dato troppo credito sul piano storiografico e documentario. Non è un caso che all'origine di essi si possa segnalare preferibilmente Leonardo Bruni, piuttosto che Biondo o Piccolomini, i quali pur diedero l'impulso alla molteplice considerazione delle città, il secondo addentrandosi nei confini tedeschi. La lode di Firenze del Bruni non ha invece sviluppo descrittivo, e si trasferisce subito sul piano civile del popolo, della sua indole e della sua storia. È, vero – come è stato detto – che le descrizioni di città tedesche del Piccolomini risultano in definitiva delle lodi e contribuiscono a sfatare l'immagine della barbarie teutonica [21] , ma tali non vogliono essere se non per quel tanto che sottintendevano una sorda polemica con i mali che affliggevano l'Italia: un sottinteso politico, del resto, sin dalla Germania di Tacito. Nelle pagine di Biondo, come in quelle di Enea Silvio, si cerca la pluralità degli esempi nonostante qualche inevitabile luogo comune, nelle laudationes della Latinitas germanica predomina la ricerca di un modello ideale, e non della città ideale, che invece nasce in Italia con una forte connotazione urbanistica, essendo ideale per modo di dire, perché si presenta con la precisione descrittiva del piano regolatore [22] .

Una riprova può essere proprio quella lode di Basilea che fu scritta da Petrus Antonius Finariensis [23] circa vent'anni dopo (1464) la descrizione di Basilea del Piccolomini, la quale, è piena di curiosità che colpiscono un forestiero, precisa nel definire il tipo di governo, obiettiva – non direi critica – nel registrare il carattere grammaticale e dialettico, più che retorico, dell'insegnamento, dove non si ascolterebbe il nome di Cicerone. Il discorso dell'umanista italiano procede secondo un libero avvicendamento di temi: il sito e la perdita di testimonianze antiche, la distanza dalle altre città anche con qualche precisazione numerica, la posizione sul Reno e il materiale delle costruzioni, l'addobbo delle chiese, la divisione delle case, l'ornamentazione pittorica, la struttura delle stesse case, l'uso dei tappeti, la varietà delle dimore nobiliari, il vestiario, le consuetudini delle donne e degli uomini. Ma l'ordine non è riconoscibile in uno schema ben definito, né l'enumerazione è pedissequa.

L'elogio del Finariensis sembrerebbe una risposta proprio al Piccolomini e alla sua osservazione sui limiti culturali della città. In parte convergendo, in parte divergendo, comunque senza seguire sostanzialmente Piccolomini nelle particolarità descrittive, egli per ben tre volte cita proprio Cicerone prima per gareggiare con il maestro della retorica mediante un topos singolare (lui potrà superarlo nell'eloquenza ma non nell'amore con cui affronta la lode della sua città), poi per ricordare una massima dello stesso Cicerone secondo la quale non si può abbattere una città priva di odio e guerre intestine, poi ancora per esaltare il comportamento dei cittadini che mettono l'utilità della patria al di sopra del proprio interesse. Questi due punti sono al centro di tutto il discorso e appartengono, come si può vedere, alla delineazione ideale del buon governo più che alla informazione sul regime di governo di cui, se uno volesse, non troverebbe alcuna indicazione.

Ma l'articolazione del discorso ha una sua logica, espressamente e pedissequamente enunciata, come in Albrecht von Eyb:

inprimis de eius situs mira pulchritudine [...] deinde de eius optima gubernatione; postremo de universitate.

Il situs comprende la condizione agricola (tutti i paesi dell'Asia, dell'Africa e dell'Europa mancano chi di uno chi di un altro prodotto, Basilea li ha tutti in abbondanza), la posizione dell'urbs (nessuna città è collocata in più salubre clima, con fonti e fiume – senza un nome che lo designi–, e con tutti i prodotti di cui si citano i soliti vino e frumento, con mura superbe – non erano parse tali al Piccolomini – e nobilissimi edifici), le attività degli abitanti, nella cui enumerazione si riconosce un cliché da respublica platonica, "prudentes", "bellicosi", "opificum officiarumque magistri liberalibus artibus eruditi". Nel situs è compresa anche l'indole degli abitanti disponibili alla concordia e a conservare il rispetto del prossimo e di Dio, che ricambia con la protezione. La gubernatio comprende l'osservazione delle norme fondamentali della vita civile, di carattere etico più che politico e amministrativo. L'Universitas è un elogio del Gymnasium che è stato impiantato nella città, dove il ricordo di Atene, rimasta in vita fino a che vi hanno funzionato le scuole dei filosofi e il ginnasio dei retori riflette una prospettiva tutta umanistica della città, non ancora una sensibilità per l'interazione fra riorganizzazione urbana della città e vita civile, commerciale e intellettuale. Eppure le due riflessioni prammatiche presenti nel testo, la centralità di Basilea fra le città europee cui fu dovuta la scelta per la sede del concilio, e l'affrancamento dei basileensi dal dover viaggiare per raggiungere altri centri universitari, specie la seconda e cioè l'arricchimento della città mediante un gymnasium, sembrano obbedire ad un'ottica funzionale del nuovo centro urbano.

Anche la lunga celebrazione di Münster in strofe saffiche oraziane, dovuta a Johannes Murmellius [24] , si conclude con il completamento del pregio della città mediante l'istituto culturale della Bibliotheca. Ma nel profluvio di lodi si perde ancora una volta il senso specifico di alcune notazioni, che potrebbero invece rimandare al rapporto fra l'urbs e il suo territorio, se la scelta lirica non sovrapponesse la sua logica puramente estetica:

Haec agro gaudet Cereris ferace

Gaudet et caelo bene temperato,

Nec sui glandes, nec amoena desunt

Pascua bobus;

e se la breve enumerazione degli edifici

(Eminent turres nimium levatae,

Sunt domus altae, speciosa lucent

Templa; et obscurae decorata cingunt

Moenia fossae)

non cedesse ad una ben più ampia descrizione della civitas, ossia della popolazione cittadina, che era anch'essa, del resto – come ben si sa – l'altro e forse principale aspetto della latinitas umanistica.



[1] Cfr. E. Ennen, Die europäische Stadt des Mittelalters, Göttingen, Vanderhoeck & Ruprecht, 1972.

[2] Mittelalterlisches und Humanistisches Städtelob, "Wolfenbütteler Abhandlungen zur Renaissanceforschung", Band I, Hamburg, 1981.

[3] Die Vorstellung der Stadt in der deutschen Literatur des Mittelalters, München-Zürich, Artemis, 1986.

[4] Die «Germania generalis» des Conrad Celtis. Studien mit Edition, Übersetzung und Kommentar, Tübingen, Niemeyer, 2001.

[5] Giuseppe Lombardi, Historia, descriptio, laudatio. Gli umanisti italiani e Norimberga, in Nürnberg und Italien. Begegnungen, Einflüsse und Ideen, a cura di Volker Kapp e Frank-Rutger Hausmann, Tübingen, Stauffenburg Verlag, 1991, pp. 129-154 (Erlanger romanistische Dokumente und Arbeiten, Bd. 6).

[6] Multa importari, multa exportarier inde - ein humanistisches Lobgedicht auf Hamburg aus dem Jahre 1573, in Id., Litterae Neolatinae. Schriften zur neulateinischen Literatur, a cura di Ludwig von Braun [et alii], München, Fink, 1989 (Humanistische Bibliothek I: "Abhandlungen", vol. XXXV), pp. 131-144.

[7] Su questo importante fattore di sviluppo cfr. G. Chittolini, La città europea tra Medioevo e Rinascimento, in Modelli di città. Struttura e funzioni politiche, a cura di P. Rossi, Torino, Edizioni di Comunità, 2001, pp. 370-393.

[8] J. Hankins, The civic Panegyric of Leonardo Bruni, in Renaissance Civic Humanism: Reappraisals and Reflections, ed. J. Hankins, Cambridge, Cambridge University Press, 2000; L. Bruni, Opere letterarie e politiche, a cura di P. Viti, Torino, UTET, 1996; L. Bruni, Laudatio florentine urbis, ed. critica a cura di S. Baldassarri, Firenze, Edizioni del Galluzzo, 2000.

[9] Bonvesin da la Riva, De magnalibus Mediolani - Le meraviglie di Milano, trad. di G. Pontiggia, introd. E note di M. Corti, Milano, Bompiani, 1974; cfr. G. Orlandi, Note sul De magnalibus Mediolani di Bonvesin de la Riva, in "Studi Medievali", III, 18, 1976, pp. 863-906. M. Savonarola, Libellus de magnificis ornamentis regie civitatis Padue, a cura di A. Segarizzi, in RIS2, XXIV, 15, Città di Castello, Lapi, 1902; sul ruolo dell'erudizione nella celebrazione della città, in rapporto con il tema delle origini, cfr. F. Tateo, I miti della storiografia umanistica, Roma, Bulzoni, 1990, pp. 59 sgg., e in particolare sul Savonarola p. 189.

[10] Cfr. R. Fubini, «Biondo Flavio», in Dizionario Biografico degli Italiani, X, Roma 1968, pp. 536-559; L. Gambi, Per una rilettura di Biondo e Alberti geografi, in Rinascimento nelle corti padane. Società e cultura, Bari 1977, p. 259-275; G. M. Anselmi, Città e civiltà in Flavio Biondo, in Id.,Umanisti, storici e traduttori, Bologna 1981.

[11] Leon Battista Alberti, De re aedificatoria (1442-1452); Antonio di Pietro Averlino detto Filarete, Trattato di Architettura (1460-1464); Francesco di Giorgio Martini, Trattati di architettura, ingegneria e arte militare (1492); Pietro di Jacopo Cataneo, L'architettura (1554 e poi, ampliata, 1567); Andrea Palladio, I quattro libri dell'architettura (1570); Giorgio Vasari il giovane, La città ideale ... inventata e disegnata l'anno 1598, Vincenzo Scamozzi, L'idea dell'architettura universale (1615). Sulla città ideale cfr. La città ideale del Rinascimento, a cura di G. C. Sciolla, con introd. di L. Firpo, Torino 1975; E. Garin, La ciità ideale, in Scienza e vita civile nel Rinascimento italiano, Bari, Laterza, 1965; L. Benevolo, La città italiana nel Rinascimento, Milano, Il Polifilo, 1969;

[12] E. Kleinschmidt, Ein unbekanntes Preisgedicht Adam Werners von Themar auf die Stadt Staßburg von 1494, in "Zeitschrift für deutsche Philologie", XCVII, 1978, pp. 427-439

[13] De re nautica libri IIII. Ad Illustrissimam atque Amplissimam inclytae et fortissimae gentis Venetae Rempublicam, Basilea, Thomas Guarino, 1573.

[14] Cfr. n. 6.

[15] Ad laudem et commendationem Bamberge civitatis oratio, in W. Hammer, Albrecht von Eyb, Eulogist of Bamberg, in "Germanic Review", XVII, 1942, pp. 3-19. Può considerarsi un testo abbastanza precoce rispetto al fenomeno cui ci riferiamo, poiché risale al 1452.

[16] Cfr. M. Sanfilippo, Le città medievali, Torino, SEI, 1974, pp. 86-91, e la relativa documentazione.

[17] Cfr. su tale aspetto la descrizione di Pavia in Biondo Flavio, Italia illustrata, Basilea, Froben, 1551, p. 365.

[18] G. Pontano, De bello Neapolitano, libro IV, Napoli, Gravier, 1769, p. 99.

[19] De laudibus Mediolanensis urbis panegyricus, a cura di Petraglione-Fossati, in RIS2, XX, 1, pp. 1013-1025. Sulla polemica Bruni-Decembrio v. G. Petraglione, Il "De laudibus Mediolanensis urbis panegyricus" di P.C. Decembrio, in "Archivio Storico Lombardo", XXXIV, 1907, pp. 5-45.

[20] E. S. Piccolomini, Descriptio Basileae, in R. Wolkan, Der Briefwechsel des E. S. Piccolomini, in Fontes Rerum Austriacarum – Diplomata et Acta 61, vol. I, par. 1, ep. 16, pp. 28-38. Ma l'altezza delle mura poteva ben essere assunto retoricamente quale segno di grandezza e di nobiltà, come nel Carmen Heroicum ad civitatem Argentinensem di Peter Schott, che risale al 1486 (The works of Peter Schott, ed. by A. Murrey and M. L. Cowie, I, Chapel Hill, 1963 (University of North Carolina Studies in the Germanic Languages and Literatures 41), pp. 287-288. Vi si trovano menzionati, accanto al fossato e alle alte mura, alcuni altri elementi tipici della città perfetta, la posizione sul fiume, la presenza di Cerere e Bacco, le risorse morali e materiali (consilia, arma, opes), e non più che un vago accenno urbanistico collegato con la religiosità, in cui la struttura elevata (in celso miroque ... templo, v. 24) ha un rilievo più che altro retorico.

[21] Cfr. G. Lombardi, op. cit., p. 150-151.

[22] Cfr. le opere di Leon Battista Alberti, Filarete e Francesco di Giorgio Martini cit. alla nota 8.

[23] De Basilee urbis laudibus oratio, in Petrus Antonius Finariensis' Lobrede auf Basel, a cura di von Kisch, in Id., Gestalten und Probleme aus Humanismus und Jurisprudenz. Neue Studien und Texte, Berlin 1969, pp. 241-279.

[24] In urbem Monasteriensem Westphaliae Metropolim opulentia doctisque ac prudentibus hominibus insignem Ode sapphica, 1503, in H. Brücker, Das Lobgedicht des Johannes Murmellius auf die Stadt Münster und ihren Gelehrtenkreis. In der ursprünglichen Fassung ertsmalig übersetzt und erläutert, in "Westfälische Zeitschrift", CXI, 1961, pp. 51-74.



Autor (author): Francesco Tateo
Dokument erstellt (document created): 2002-08-13
Dokument geändert (last update): 2002-08-19
WWW-Redaktion (conversion into HTML): Manuela Kahle & Stephan Halder