Vivat Germania latina, Vivat Latinitas teutonica!

Cesare Vasoli

Rodolfo Agricola e la "Vita Petrarcae"



1.Nel 1988, in un suo saggio ben noto e importante su Agricola und die Geschichte, Eckhard Kessler [1] fece il punto sugli studi relativi alla Vita Petrarcae dell'umanista frisone. Ricordò che questo scritto, non accolto nell'edizione delle Lucubrationes del 1439, aveva dovuto attendere la fine del terzo decennio del Novecento prima di essere pubblicato secondo i canoni di una vera edizionecritica da Ludwig Bertalot [2] . Accolse, con giusta cautela, l'indicazione dell'editore che aveva riconosciuto la "fonte" delle notizie fornite da quella breve biografia nella Vita del Petrarca di Antonio da Tempo, premessa da Georg Lauer all' "editio princeps" del Canzoniere (Roma, 1471); e ricordò particolarmente il più recente studio di Theodor E. Mommsen [3] . Ma sottolineò pure le numerose e personali riflessioni introdotte dall'Agricola e, soprattutto, il suo elogio del Petrarca come padre della nuova cultura umanistica, da lui promossa in un'età ancora barbara ed oscura, agli inizi di un imponente rinnovamento del sapere. Riconobbe anche la scarsa originalità dell'operetta che, per molti aspetti, non si allontanava dai precedenti tentativi di brevi biografie petrarchesche tipici della letteratura umanistica quattrocentesca e, per gran parte, dipendenti dalla Epistola ad posteros. Se concordò con gli studiosi precedenti nel dichiarare che la Vita Petrarcae non poteva certo essere considerata una "fonte" per la ricostruzione critica della biografia del poeta, fu altrettanto deciso nel dichiarare che essa manteneva un suo indubbio valore storico proprio per l'immagine del Petrarca che l'Agricola intendeva proporre alla cultura del suo tempo, allo scopo d'indicare i caratteri e valori essenziali della tradizione umanistica, destinata a diventare il principio formativo della nuova cultura europea.

Sono conclusioni del tutto accettabili e che, in effetti, debbono essere tenute ben presenti da chi legga questo documento, senza dubbio assai importante per comprendere la complessa esperienza intellettuale di Rodolfo Agricola. Ma è chiaro che esse sollecitano un'analisi particolareggiata della Vita Petrarcae, ben consapevole delle circostanze nelle quali fu elaborata, dell' ambiente al quale era indirizzata e delle intenzioni del suo autore che – a mio avviso – andavano ben oltre l'occasione per cui fu composta. Del resto, Agostino Sottili – nelle sue Notizie per il soggiorno in Italia di Rodolfo Agricola [4] , apparso lo stesso anno e nella medesima miscellanea celebrativa dove è compreso anche il saggio del Kessler, e, prima e poi, in vari altri lavori [5] – ha fornito, traendole in gran parte da fonti archivistiche, importanti notizie sui non pochi studenti "borgognoni" che allora frequentavano lo Studio pavese ed erano spesso qualificati come Galli, nonchè sulle vicende precedenti e seguenti al rettorato di uno di essi, Paul de Baenst, "soggetto" di un'altra oratio dell'Agricola. Né ha mancato d'illustrare, in modo più compiuto. la personalità del giurista Antonio Scrovegni, l'amico appartenente al ramo pavese di quella famiglia, al quale il giovane umanista dedicò non solo la Vita Petrarcae, ma anche la versione latina della relazione di Arnold de Lalaing al de Baenst sull'incontro a Treviri tra l'Imperatore Federico III e Carlo il Temerario [6] .

Si tratta di notizie che disegnano un complesso intreccio d'interessi intellettuali ed anche politici, sullo sfondo dei rapporti tra il Ducato milanese e quello borgognone, nel lento passaggio da uno condizione di tensione tra i due Stati alla stipulazione del trattato di Moncalieri. Ma il dato più importante che emerge da questa ricca documentazione è l'evidente formazione pavese di un gruppo d'intellettuali "burgundi" probabilmente influenzati dall'Agricola e dalla sua vocazione umanistica, tra i quali non mancano anche alcuni futuri appartenenti all'ambiente erasmiano. Restano, però, ancora da approfondire i rapporti tra l'Agricola e la complessa società accademica pavese del tempo: una ricerca che ora potrà essere svolta con maggiore facilità da chi seguirà le "piste" così bene ben tracciate dal Sottili.

Non insisto ulteriormente su questi aspetti del non breve soggiorno pavese dell'Agricola che si spera siano presto arricchiti da altri particolari ancora ignoti. Mi sembra, tuttavia opportuno sottolineare subito che la Vita Petrarcae – datata al 1477, ma, in realtà composta nel 1473, l'anno seguente alla morte di Amedeo IX di Savoia, ricordata nel testo [7] – proponeva un modello di cultura schiettamente umanistico, fondato su quell'inseparabile unione della sapientia e dell'eloquentia che, proprio nell'università pavese, era stata rivendicata, quaranta anni prima, da Lorenzo Valla. Né occorrerà ricordare – perché sono a tutti ben note – le aspre polemiche che avevano coinvolto il filologo romano e assai contribuito al suo allontanamento dallo Studio visconteo [8] . Ma anche all'Agricola sarebbe toccata una sorte non molto diversa, sempre legata alle contese universitarie causate dai contrasti tra le varie nationes, e pure dalla difficile convivenza tra i sostenitori delle antiche tradizioni scolastiche e i seguaci della nuova via umanistica. Sempre il Sottili ha, infatti, sostenuto con buoni argomenti che lo studente frisone non lasciò lo Studio pavese per passare a Ferrara, poco dopo la partenza di Johanns von Dalberg (settembre del 1475), soltanto perché era mancato temporaneamente l'insegnamento della lingua greca, tenuto da Giorgio Valla, bensì anche per ragioni di tutt'altra natura. Alcune sue orationes lo avevano coinvolto negli aspri conflitti studenteschi suscitati dalle elezioni rettoriali del von Dalberg e di Mathias Richilus, esponendolo alla possibile ritorsione del nuovo rettore, lo spagnolo Ludovico de Alis, accanito avversario dei colleghi "lodati" dall'Agricola [9] .

2. La Vita Petrarchae nasce, dunque, in una situazione di tensione e di dissenso che può spiegare, almeno in parte, il pathos di questo scritto, steso forse di getto e, comunque, non sottoposto ad una compiuta revisione che avrebbe potuto eliminare i pleonasmi, già segnalati dal Bertalot e dal Kessler, e talune incertezze e "pesantezze" stilistiche discordanti con il suo tentativo di imitatio dei canoni dell'eloquenza classica. Ma il dato più evidente è, senza dubbio, l'esplicito carattere di laudatio che lo stesso Agricola le attribuisce quando scrive che la "posterità", ossia i dotti del suo tempo, non hanno ancora pagato il loro tributo di riconoscenza e di onore al restitutor bonarum artium, l'uomo che ha fatto risorgere la cultura e la sapienza degli antiqui e si è reso così benemerito non solo di quei tempi lontani, ma della cultura del proprio secolo e di quello che l'ha seguito. Proprio per questo, non cela l'intenzione celebrativa di un'operetta che, anche nello stile, vuol essere un esempio della dotta eruditio umanistica impegnata in un genere, la "biografia come laudatio, di cui si conosce la vasta fortuna nelle letterature classiche. L'afferma, anzi, sin dall'inizio. con queste parole che meritanodi essere citate [10] :

"Haec reputanti mihi cum animo meo indignum videre solet in tanto clarorum in dicendo virorum copia qui nostra aetate effloruerunt neminem (quod quidem sciam) res ipsius vitamque illustrasse oratione. Ego autem quando ornaturum me ipsius gloriam pro hac ingenii mei tenuitate sperare non ausim, annitar tamen (vtcunque vires suppetent) recensendo explicare, sicut rudiores solent pictores, extremis lineamentis designans".

La dichiarazione d'obbligo della propria modestia e inadeguatezza non deve ingannare. Il giovane "barbaro" del Nord approdato nell'Italia umanistica esprime apertamente il suo pieno dissenso da quei maestri, dotti e facondi, che hanno dimenticato i meriti straordinari ed il valore esemplare dell' insegnamento petrarchesco da loro ormai considerato un evento del passato, superato dalla nuova erudizione e dalla conoscenza di tanti auctores rimasti ignoti al poeta [11] . Egli intende, invece, rivendicare in toto l'immagine del primo padre della renovatio, anche se, con l'umiltà richiesta dal suo ruolo, si dichiara, appuntoi, simile ad uno di quei rudiores pictores che sono soltanto capaci di descrivere i loro soggetti extremis lineamentis. Però, verso la fine della sua orazione, non esiterà ad attribuirsi, se non il merito, almeno il proposito di presentare ai lettori "tutto" il Petrarca, o, almeno, di avere tentato di esprimere le ragioni per cui quel grande maestro, ad un secolo della sua morte, resta ancora l'esempio di un nuovo tipo di cultura non più limitato alle litigiose scuole umanistiche italiane e ormai divenuto patrimonio comune di tutte le civiltà europee [12] .

L'elaborazione della laus può così muovere dagli eventi più estrinseci di una biografia, il cui "canovaccio" è costituito dal testo del da Tempo, ma che l'Agricola subito arricchisce e trasfigura, secondo il comune costume oratorio. Le origini del Petrarca e la figura del padre – uomo di "provata virtù", "prudenza", impegnato negli officia civili e costretto all'esilio dall'invidia e dal sordido odio dei suoi nemici – forniscono subito il nobile sfondo familiare della crescita e maturazione di un giovane "prodigio" che, tra Avignone e Carpentras, nel luogo eletto della Sede papale, apprende, con straordinario successo, le arti del "trivio" e i fondamenti dell'ars loquendi. Certo, per desiderio del padre, il giovane Petrarca dovrà dedicarsi, tra Montpellier e Bologna, per sette anni, allo studio del diritto civile, una disciplina di cui riconosce la dignitas e la necessità per la vita civile, ma che, in realtà, è profondamente corrotta dalla "perversità" e dalla "frode" degli uomini e non può essere esercitata "con costante fede e integrità" [13] .

L'Agricola – che non ignora evidentemente alcuni tipici topoi della lunga disputa quattrocentesca sulla preminenza delle diverse artes [14] – non perde così l'occasione per denunciare l'astuzia capziosa dei giureconsulti che, secondo le parole di Terenzio e di Cicerone, hanno trasformato il summum jus in summa malitia [15] . Soprattutto, egli intende respingere la stolta opinione di coloro che, al tempo del Petrarca come al suo, considerano "sterile" lo studio delle litterae, "vano" il loro "fulgore", e non intendono separare il sapere dalla sordida mercedula. Costoro vorrebbero che anche la "vita celeste" avesse un suo prezzo preciso; e si affannano ad accumulare fuggevoli ricchezze che sono, per loro, l'unico vero bene. Si può comprendere perchè, in tempi così oscuri e pervertiti, il Petrarca, da ottimo figlio, comprendesse e seguisse il consiglio paterno, ma già allora alternasse allo studio del diritto la libera vocazione delle humanae litterae e dedicasse non piccola parte del suo tempo a questa passione sempre più radicata e dominante. Poi, quando la morte del padre, lo liberò dall' impegno degli studi giuridici, potè dedicarsi totalmente all'eruditio umanistica, alla poesia, all'arte oratoria, alla conoscenza storica ed alla filosofia. Ma aveva appena ventitrè anni quando iniziò la sua tormentata, dolorosa e sublime vicenda d'amore per Laura, destinata a durare ancora oltre la morte dell'amata, e divenuta il tema dominante della sua eccelsa esperienza poetica in volgare [16] .

3. Su questo aspetto, così essenziale della biografia petrarchesca, l'Agricola non si sofferma molto, quasi timoroso che le sofferenze d'amore cantate dal Petrarca possano sminuire l'immagine del sapiente, impegnato nella riscoperta della saggezza e dell'eloquenza degli antichi. Comunque, scrive di non poter dire se quelle pene fossero davvero così dolorose come le narra il poeta, contrariamente a quanto ritengono Aristotele e i suoi seguaci; e poichè la "massima parte dei dotti" sa bene difendersi dai turbamenti e dai mali dell'animo, forse anche per lui furono più miti e tollerabili. Soprattutto, gli preme di rassicurare i lettori che la "felice natura" del Petrarca seppe compensare quella dedizione amorosa con le sue straordinarie virtù, capaci di frenarne e mitigarne l'ardore e di fornire così un'ammirevole prova del suo valore. Vuole pure sottolineare, con particolare insistenza, che l'amore del Petrarca per Laura fu sempre del tutto spirituale e mai violò i confini del lecito. Anzi, ricorda che per ben due volte, l'umanista rispose all'invito del Pontefice Urbano V, suo ammiratore, che voleva indurlo a sposarsi, ribadendo il proprio impegno di uomo sempre dedito allo studio e, perciò, non adatto al matrimonio. La breve orazione che il poeta avrebbe tenuto dinanzi al Papa, per convincerlo della bontà della sua scelta è infatti la chiara e decisa affermazione della superiorità di un modo di vivere per il sapere che rinunzia anche ai piaceri più onesti ed ad un' esistenza più "umana", pur di mantenere la propria necessaria libertà e la piena dedizione al suo compito [17] :

"Quisque pro captu suo aestimet quid velit. Ego quidem ut multa corpora adversa valetudine maioris documentum roboris de se praebuerunt, ita ego quoque hac animi iactatione aliquod specimen integrioris fortasse constantiae proferam: nullius rei quanta sit virtus, nisi adversis experiare, cognoueris".

Certo, più oltre [18] , anche l'autore della laus dovrà riconoscere che il giovane Petrarca non aveva ignorato l'amore carnale e ne aveva subito l' "ardore"; ma scriverà pure che le sue straordinarie e purissime virtù avevano più che cancellato questi lontani smarrimenti. Comunque, durante i ventuno anni del suo amore per Laura viva, il poeta compose gran parte dei suoi sonetti e canzoni in volgare, ma anche dei carmina moralia [19] .

In realtà, piuttosto che alla vicenda amorosa del Petrarca ed alla sua produzione poetica in volgare, l'Agricola intende dare un risalto assai maggiore alla missione "europea" del Petrarca, alla sua conoscenza di uomini e cose estranee all'Italia del suo tempo, ad un'esperienza che lo aveva portato, sin da fanciullo, lontano dalla sua patria, permettendogli di vedere con i propri occhi paesi, eventi, civiltà e culture che avrebbero ben presto accolto l'influenza della sua personalità e della sua opera.

Messaggero del nuovo sapere, Petrarca ha visitato Parigi, per verificare se fosse veramente il luogo dove si raccoglievano gli uomini più dotti e si perseguiva la più alta e raffinata "erudizione". L'Agricola – che di quella città e università ha avuto una personale esperienza [20] – riconosce che non esiste un altro luogo nel mondo dove sia ospitato un maggior numero di filosofi e teologi, e che là "convengono, uomini giunti da ogni parte d'Europa, persino dalla Scizia, dalla Norvegia e dalla Danimarca, per apprendervi ogni "arte" e forma del sapere. Non dice, però, in modo esplicito, quale fosse il giudizio del Petrarca sulla cultura scolastica parigina che, del resto, continuava ad influire così profondamente anche nell'insegnamento degli Studia dell'Italia settentrionale [21] , ove pure non mancavano i maestri umanisti . E preferisce, invece, accennare ai vari viaggi del Petrarca in altre terre e città francesi e nel vasto mondo dell'Impero tedesco [22] .

Ma il Petrarca non è solo l'umanista che che ha percorso tanti itinerari europei; è pure un uomo apparentemente inquieto che, anche in Italia, ha continuamente variato i suoi soggiorni ed ha conosciuto tutti i maggiori centri della vita intellettuale e politica. L'Agricola lo segue nel suo itinerario, dalla Roma di Stefano Colonna – che non riuscì ad attrarre, con l'offerta di ricchi impieghi curiali, il poeta sdegnato dalla corruzione dominante nella città e negli uffici papali – ad Avignone e Valchiusa, il locus amenus alle sorgenti della Sorge, che gli permise, con la sua serena bellezza, d'iniziare la composizione dell'Africa. Narra il suo nuovo viaggio in Italia che lo portò a Parma, ove l'ospitalità dei da Correggio, favorì il primo completamento di quell'opera cui aveva affidato la sua fama di dotto. Ma il Petrarca lasciò anche questa città ed i suoi bellissimi boschi, per tornare di nuovo a Valchiusa e fornire gli ultimi "ritocchi" al suo capolavoro di poeta latino [23] .

Questi frequenti viaggi ed il modo di vivere "vagante" dell'ancor giovane Petrarca potrebbero sembrare del tutto contrastanti con la tranquillità e la serenità necessaria al dotto e, addirittura, in conflitto con il suo stesso carattere di uomo sempre fermo e costante nei propri propositi. Ma l'Agricola si affretta a smentire un simile giudizio, e, addirittura, mette in discussione un celebre passo di Aristotele [24] , ripreso e citato da molti altri autori, dove si legge che sedendo quiescendoque acquiritur doctrina, e che, per i dotti, niente è più sconveniente dell'inquietudine e dell'agitazione che, accompagnano sempre viaggi e peregrinazioni. L'opinione del giovane frisone, tipico esempio di "viaggiatore" umanista, è, invece, del tutto opposta. Anche un lungo viaggio, intervallato da un conveniente periodo di riposo, può eccitare la mente e darle nuovo vigore, mentre, invece, se il corpo non è sottoposto ad un conveniente esercizio, è reso torpido dalla stessa quiete e come oppresso dal suo peso. Ma pure gli animi, se non non sono talvolta nutriti dal piacere di una lieta fatica, s'indeboliscono e sono infiacchiti dalle loro stesse forze. Ecco perchè gli antichi, assai dediti agli studi, solevano, a seconda delle stagioni, lasciare la città per la campagna e questa per la città; mentre alcuni di loro si dedicavano alla caccia, altri preferivano gli esercizi della palestra e qualsiasi altro tipo di gioco, o, addirittura, liberavano il loro animo dalle preoccupazioni, bevendo più vino [25] .

La ragione di questi comportamenti è riconosciuta dall'Agricola nella costituzione naturale di ogni uomo, fatta di elementi contrari e contrastanti e che, perciò, è rinvigorita al massimo dalla perenne vicissitudine delle cose. Sicchè, per sostenere la sua opinione, ricorre ad alcune considerazioni tipiche della medicina antica, ormai divenute loci communes popolari. Afferma, appunto, che il tenace lavoro soddisfa l'uomo, mentre l'ozio prolungato lo snerva, così come i pesi leggeri gettati dall'alto acquistano un maggiore "impeto" nello spazio della caduta. Ciò spiega perchè anche i lavori più facili, ma prolungati e sempre identici, siano resi sgraditi ed esasperanti dal continuo impegno ripetitivo; e perchè nulla sia meno desiderabile del fare continuamente la medesima cosa. Se è vero – come dice Platone [26] – che il nostro animo è sempre agitato da una perenne commozione, è naturale che, anche quando è dottissimo e rivolto soprattutto a se stesso, sia rallegrato dalle azioni che si succedono in ordine e dalle vicissitudine delle cose. Così come niente gli è più avverso del restare torpido o essere sempre dedito ad un medesimo impegno, senza alcun mutamento [27] .

L'Agricola riconosce di non sapere se l'abitudine di viaggiare, escluso il piacere che se ne prova, valga più di tutte le altre occupazioni. E osserva che i vecchi acquistano una certa venerazione, proprio perché si ritiene che essi hanno senxa dubbio una lunga pratica di molte cose. É però certo che il tempo non insegna più di quanto facciano i viaggi, e che la diversità dei costumi e delle cose, provocata dal mutare delle età, non è maggiore di quella che si sperimenta col variare della natura dei luoghi e dei diversi paesi.

4. Questa lunga ed elaborata discussione può sembrare una sorta di deviazione retorica dal corso della modesta ricostruzione biografica, adatta a fornire l'occasione per le più complesse elaborazioni stilistiche. Ha, invece, un significato evidente e ben meditato. Perchè proprio questi lunghi e vari viaggi e l'inquieto mutare del proprio luogo di lavoro e di studio sono "propri" della nuova figura dell'intellettuale umanista che non si chiude nella sua "cittadella" universitaria a meditare sulla venerabili autorità libresche del passato, ma vuol conoscere, per sua diretta esperienza, l'infinita varietà della vita, la diversità dei paesaggi e dei climi. il mutare delle società e delle culture. Non solo: viaggiare serve a stabilire amicizie e collaborazioni preziose per chi intende operare una vera renovatio del sapere e dei suoi metodi, e gettare le solide fondamenta di quella società dei dotti che, pochi decenni dopo, assumerà la "forma" erasmiana della Respublica litterarum.

L'Agricola – che conosce ormai le vicende degli intellettuali umanisti italiani – sa quanto le loro peregrinationes, non solo in Italia e in Europa, ma nelle terre del vicino e del medio Oriente, abbiano contribuito ad ampliare, in modo eccezionale, la conoscenza del mondo antico ed anche di quello contemporaneo, così come hanno favorito la diffusione non solo italiana dei loro metodi e delle loro idee. Anche in questa particolare prospettiva, il suo ritratto del Petrarca, cittadino dell'Europa colta, conferma, dunque, il compito che ormai spetta anche ai dotti non italiani ed appartenenti in buon numero al mondo borgognone e tedesco, destinati ad essere i protagonisti di una nuova e comune civiltà delle litterae, al di là di ogni confine di nazionalità o di fede.

Non a caso, il suo biografo si affretta, infatti, a constatare che quei frequenti viaggi e spostamenti non avevano affatto nuociuto all'operosità e, soprattutto, alla fama del Petrarca, presto diffusa in misura sempre crescente nell'Europa dotta. Il poeta così sapiente ed erudito era diventato una personalità unanimamente riconosciuta sia, per la sua eccezionale esperienza poetica e letteraria, sia per la sua conoscenza storica, sia per il suo insegnamento etico e la sue virtù personali. Sicchè non meraviglia che, nello stesso tempo, i principali cittadini di Roma ed il Cancelliere della Sorbona lo pregassero di recarsi nelle loro città per ricevervi la corona di poeta, così com'era costume di quell'antica civiltà da lui richiamato in vita [28] .

Sulla scelta che il Petrarca dové compiere, l'Agricola s'intrattiene abbastanza a lungo, per spiegare le ragioni che lo indussero alla fine a preferire l'invito romano. Parigi – scrive – era, certamente, una città celebrata in tutto il mondo, per la fama dei suoi "eruditi" e la gloria dei suoi Studia; ma il poeta–filologo doveva considerare quella cultura estranea ai suoi propositi ed al compito che si era proposto. Mentre Roma era, per lui, la patria della latina eloquentia, il "domicilio" comune di tutti i dotti, il luogo dove erano raccolte le ceneri dei grandi antichi, i padri della vera erudizione. Neppure l'offerta di Roberto III d'Anjou, il Re di Napoli che – dopo un lungo colloquio con il Poeta ed aver poi ascoltato dalla sua voce la lettura dell'Africa – gli aveva chiesto di farsi incoronare nella sua capitale, poté mutare la scelta di Roma come giusta sede di questo onore che la sua patria e i suoi contemporanei avevano deciso spontaneamente di tributargli [29] . Ma è chiaro che l'Agricola considera l'incoronazione dell'8 aprile 1344 non tanto come il giusto riconoscimento della grandezza del Petrarca e della sua opera poetica, quanto piuttosto come la celebrazione della restitutio dell'eloquenza e del sapere antico nella persona di chi l'aveva riconosciuta e difesa, in un tempo ancora sordo, oscuro e dominato dalla "barbarie".

5. La cerimonia romana e, poi, la morte di Laura – che offre all'Agricola, sulle orme di Platone e dello stesso Petrarca, l'occasione per una breve considerazione "numerologica" di quell'evento, avvenuto nel ventunesimo anniversario dell'innamoramento [30] – segnano il passaggio alla seconda parte della biografia. La narrazione segue ora il poeta nei suoi vari soggiorni, da Verona a Padova, dove l'aveva chiamato Jacopo da Carrara, al ritorno in Provenza, sino al passaggio a Milano ed ai suoi legami con Galeazzo Visconti [31] . Ė però – a mio avviso – assai significativo che il biografo non faccia alcun cenno alle implicazioni politiche di questi soggiorni, all'influenza che essi ebbero non solo sugli atteggiamenti e idee politiche del poeta, ma anche sulla sua attività pubblica, tacendo episodi di notevole rilievo, come i suoi rapporti con Cola di Rienzo, il non breve domicilio veneziano e la missione, nel 1356, a Praga alla corte di Carlo IV. Né si può escludere che tali esclusioni siano dovute non tanto ad una scarsa informazione, quanto piuttosto al desiderio di non incrinare l'immagine simbolica del puro uomo di studi, la cui unica e fondamentale preoccupazione fu il progresso e la diffusione della renovatio che si è affermata anche grazie alla fama ormai europea del suo primo e massimo promotore. D'altro canto, l'Agricola non manca, però, di ricordare, con il dovuto risalto, che gli stessi Papi, i cardinali e i principi ricercavano la benevolenza e l'amicizia di un uomo così celebrato, ma altrettanto noto per la sua cautela nello stabilire qualsiasi forma di familiarità [32] . Però, questi rapporti del poeta con i potenti e il nuovo corso della vita del Petrarca, tra il 1343 e il '68, sono soltanto episodi che confermano ormai il successo del rinnovamento culturale da lui sollecitato ovunque si trovava e presso i suoi potenti sostenitori. Si può, dunque, comprendere perchè il biografo passi poi rapidamente a ricordare gli ultimi tempi di "questa favola che chiamiamo vita", che il Petrarca volle concludere nella pace agreste di Arquà. Fu questo l'ultimo locus amenus, dove un dotto che aveva sempre amato la natura, traendone un piacere sincero e incorrotto, potè totalmente dedicarsi alla lettura degli oratori, filosofi, teologi e interpreti della Bibbia e continuare il lavoro mai interrotto di revisione e miglioramento delle sue opere [33] .

L'Agricola ne vuole fornire un catalogo davvero interessare perchè indica quali scritti del Petrarca gli fossero noti, in modo diretto o indiretto. Menziona così, per gli scritti in volgare, i sonetti e le canzoni del Canzoniere ed i Trionfi, tra le opere latine il Bucolicon carmen, le Epistolae ad Barbatum (ossia le Epistolae Metricae, dedicate all'amico Marco Barbato di Sulmona) e l'Africa [34] . Poi cita i "due volumi" delle Epistolae (le Familiares e le Seniles), l' Invectiva contra Gallum, l'Invectica contra medicum, le Sine titulo, il De vita solitaria, il De remediis utriusque fortunae, il De ocio religioso, il De secreta pugna (il Secretum), il De sua sollicitudine, il De sua et aliorum ignorantia, il De viribus illustribus, il De constantia Griseldis e, infine, il De rebus memorandis rimasto imperfectum. Insomma: un elenco cospicuo che è una delle varie testimonianze sulla persistente e costante presenza dell'opera letteraria del Petrarca, anche nel tardo Quattrocento [35] .

6. La morte aveva raggiunto il Petrarca, proprio mentre lavorava al De rebus memorandis; e la malattia che l'uccise, dopo averlo tormentato per molti anni, il "mal caduco", era la stessa che aveva colpito anche Giulio Cesare e, poco tempo prima della stesura della Vita, il 30 marzo del 1472, il duca Amedeo VIII di Savoia [36] . Col passare degli anni, il morbo era divenuto sempre più violento, distruggendo con i suoi assalti il poeta, ormai settantenne ed impotente a resistergli. Anche la fine di quella vita – che evoca un male considerato "sacro" e interpretato, in ogni caso, come il "segno" di un eccezionale destino – conferma, dunque, il carattere straordinario e – si potrebbe dire – addirittura, "predestinato" del rinnovatore degli studia humanitatis. Proprio questo tema, addirittura replicato, aiuta l'Agricola, a passare agevolmente, senza alcuna soluzione, dalla narrazione biografica alla laudatio finale, ossia, all'"esaltazione" oratoria dell'uomo e del dotto. i cui propositi sono esposti con queste parole che non richiedono alcun commento [37] :

"Me vero hominem ipsum velut intuentem et naturae illius animique aestimantem bona admiratio certe industriae et diligentiae ipsius subit, et dignus hac quam assecutus est gloria, dignusque cui totas se bonas artes indulgerent, cuius se pectori quaecunque est eloquentiae doctrinaeque laus infunderet videtur, Nec facile discreueris plusne ab ipsa rerum acceperit natura, an plus praestiterit naturae: et ingenii acumen studiorum diligentia et animum ad optima propensum moribus virtutum et cultu aequavit, decorem corporisque dotes quarum et proinde laus et usus honestiores reddidit, fortunam quin etiam, quae reliquis imperat, eam vel vicit aduersam vel secundam ipse finxit".

Fedele a queste promesse – e secondo un costume tipico della tradizione retorica classica – L'Agricola inizia, appunto, dalla "lode" del corpo del Petrarca, ma in contrasto con quei sapienti che considerano più lodevole la salute della bella armonia, si richiama al verso di Virgilio: "gratior et pulchro veniens e corpore virtus", per descriverne l'immancabile decus. Il Petrarca descritto in queste brevi pagine è, infatti, un uomo di alta statura, le cui membra però non sono fatte per la forza e la robusta compattezza richiesta dall'esercizio militare, bensì "tenere" e più disposte alla "destrezza" che alla pura violenza. Il suo volto rivela una grande e venerabile dignità. Il suo discorso è vivo ed intenso e le sue parole affabili. I suoi occhi hanno mantenuto sino alla fine una singolare acutezza; ed egli ha goduto di una salute mai indebolita, frutto di una vita sempre frugale, se si esclude il male mortale che, del rest,o ha molte cause, ma il più delle volte deriva – lo sostengono, gli studiosi della natura – ex prima geniturae nostrae constitutione [38] .

A questa idealizzazione delle qualità fisiche del poeta corrisponde, naturalmente, la lode della grandezza di un animo "eccelso", assai desideroso di meritare la giusta lode e di compiere tutto quanto occorre che per ottenere la vera gloria, com'è costume di coloro che nutrono in sé l'amore dell'onore. Il Petrarca, riuscì, però, a domare ed a scacciare tutti gli altri vizi, si sottomise solo al desiderio della gloria, e ne dette anche la prova cimentandosi in una difficilissima lotta, unica compagna e mercede della virtù. Non si lasciò, tuttavia, ingannare da una vana opinione e tratteneva il suo animo sostenuto da quella speranza; anzi, soleva attendere il premio dei suoi benefattori da loro stessi e non dalla stima altrui. Per il resto, disprezzava le ricchezze ed ogni inutile fasto, perchè riteneva inane o sordida la loro ricerca, e le giudicava entrambe troppo laboriose e del tutto non convenienti alla vita umana. Pensava che gli avari sacrificassero tutto alla loro cupidigia e che gli ambiziosi volessero soddisfare la volontà altrui. Sicchè i primi erano iniqui estimatori di sè stessi ed i secondi degli altri e, pertanto, indegni entrambi di appartenere alla società umana [39] .

All'immagine di un saggio perfetto, costruita secondo i modelli classici tradizionali, l'Agricola è costretto, però, ad aggiungere alcuni ritocchi, quando deve pure accennare all'indole amorosa del Petrarca che – lo riconosce – nella sua prima giovinezza non aveva affatto aborrito il richiamo di Venere, cosa del resto naturale per chi era stato procreato con una ardentissima commistione di elementi. Quell' "impeto" giovanile era stato facilmente affievolito da un uomo del tutto dedito alla fatica degli studi e dominato da un amore così grande che gli faceva sembrare sordido ogni altro; e le sue rare concessioni al piacere ottennero certo il perdono di chi era ben memore della fragilità umana. Poi, col crescere e il passare dell'età, si liberò non solo del desiderio, ma anche della sua memoria [40] .

Non starò poi ad insistere su quanto poi si legge nella Vita Petrarcae, a proposito della sua frugalità e avversione per i suntuosi apparati culinari e per le cene troppo ricche, alle quali preferiva un semplice cibo ben condito dai lieti ed eruditi discorsi degli amici [41] . Piuttosto è da notare come l'Agricola indugi nel sottolineare che il poeta rifuggiva dalla folla, ma anche dalla solitudine e sceglieva i propri amici più stretti secondo i loro costumi e comportamenti, in modo che lo rendessero migliore o che egli stesso li rendesse tali. Non basta: amatore della propria libertà e di quella altrui, riteneva che nulla fosse più turpe di vincolarsi all'arbitrio di estranei. Invincibile sempre nella speranza, come nel pericolo, disprezzava tutti i miseri e oscuri mutamenti delle cose; e così, non essendo sottomesso alle ricchezze, ai piaceri ed a tutto quanto inquieta la mente, si affidava, senza alcuna difficoltà, al proprio libero arbitrio [42] .

Al perfetto sapiente non poteva mancare almeno la traccia di una certa nobile propensione all'ira, sempre però contenuta e di cui il Petrarca sapeva calmare l'impeto, addirittura, attribuendo a se stesso la colpa di un inconsulto accaloramento e riconoscendo da sé la ragione dell'altro invece di richiedergli di riconoscere la propria. Il poeta era, inoltre, altrettanto proclive a dimenticare l'ingiuria subita, quanto tenace nel conservare per sempre la memoria dei benefici ricevuti ed estremamente indulgente nella stima dei meriti altrui. O – come scrive l'Agricola [43] –: "Summa humanitas, summa modestia, singularis benignitas, quodque difficillimum est, cum comitate magna seueritas maxima, quorum alterum ob facilitatem mentem plaerunque emollit, alterum ob rigorem saepe horridius exasperat". La menzione e considerazione degli amici ai quali era unito da una particolare benevolenza basterebbe, del resto, a far comprendere la grande generosità del suo animo, sempre e soltanto preoccupato si salvaguardare la honestas. Il Petrarca si atteneva così davvero all'ammonimento di quell'antico proverbio che insegna come gli uomini "convengano" facilmente soltanto con i loro pari, e le amicizie nascano sempre dall'affinità dei costumi. Diventava, infatti, sempre e soltanto amico di uomini "ottimi"; e nessuno era più desideroso di lui di stringere amicizie "onestissime", più felice di "conciliarle" e più sollecito di difenderle.

Proprio per questo, gli uomini eccellenti per la loro potenza, la nobiltà o le loro azioni lo ammiravano, lo veneravano e lo onoravano. Eppure quest' uomo che avrebbe potuto ottenere una fortuna ricchissima, volle sempre mettere alla prova sé stesso, disprezzando tutte le cose il cui apparente fulgore acceca le menti del volgo, e preferendo il disprezzo della fortuna, piuttosto che lo sforzo per procurarsela [44] .

6. Il ritratto del Petrarca – reso ancora più attraente dal riconoscimento di certe sue inevitabili debolezze umane, sempre però perfettamente dominate – è così del tutto compiuto.Ma l'Agricola, avviandosi a concludere la sua laudatio, vuole ancora tornare parlare dell'uomo di studi e, in particolare, del restitutor della mirabile eloquenza degli antichi.

Scrive che potrebbe esonerarsi, per pudore, da questo compito e limitarsi a citare, come giudice della grandezza del Petrarca e testimone a favore della sua propria opinione, uno qualsiasi dei suoi scritti che ci sono pervenuti. Ma poichè desidera, nei limiti delle sue possibilità, esprimere "tutto" il Petrarca, gli sembra indegno trascurare una parte della sua gloria e proprio quella il cui frutto appartiene ormai a tutti [45] .

Ha già mostrato gli altri suoi "benefici" derivati dalla qualità di un uomo buono, integro e che, nella vita, non ha mai compiuto nessun atto riprovevole o da evitare. Ha pure presentato tutti i "monumenti" del suo ingegno, nei quali profuse l'erudizione ed l'esempio. Ed è stato argomento precipuo di tutto il discorso constatare che il padre dell'umanesimo ebbe un'ingegno eccezionale e che soltanto con lo studio e le sue fatiche si procurò quella gloria della "facondia" e dell'erudizione che altri ostentano, solo dopo essersi serviti di ottimi maestri. Né quelle arti sono come le altre, nelle quali il successo può suscitare minore ammirazione, perchè per ottenerlo bastano lo studio, la diligenza, e leggere e sfogliare dei testi degli antichi. Per chi le professa non è, infatti, necessario scoprire cose nuove, ma è sufficiente conoscere quelle già inventate da altri. La virtus bene dicendi– afferma l'Agricola, anticipando in questa riflessione un tema che ricorre anche nella sua opera maggiore – è, invece, tutta "opera dell'ingegno", non comprensibile "per dottrina". E deve possedere in se stessa al massimo grado tutta la sua eccellenza. Però, il Petrarca non limitò a fruire delle splendide doti del suo ingegno, bensì vi aggiunse anche il massimo impegno negli studi e la continua indagine di tutte le "cose eccellenti" [46] .

Era, insomma, "scrutatore" diligentissimo di tutti gli argomenti pertinenti all'antichità ed alle storie, cosi come era sempre intento allo studio della filosofia e di quell'arte che insegna il procedimento della discussione e dimostra la natura delle cose (dialettica e la "fisica") e, ancor più, dell'etica che forma i costumi e la vita dell'uomo. Non trascurava, insomma, niente di ciò che può ornare la mente di un uomo eccezionale o emendare quella di uno buono. Lo mostrano tutti i suoi libri, scritti con una grande erudizione.

L'appassionata celebrazione del Petrarca come supremo maestro dell'eloquenza ha, però, uno scopo che lo stesso Agricola si affretta subito a chiarire, riprendendo un argomento già accennato all'inizio. Riconosce che, nella grande varietà di opinioni e giudizi correnti, non tutti nutrono la medesima opinione sulla eloquenza del poeta, e che non mancano critici severi decisi, chi più e chi meno, a contestargli una simile gloria [47] . L'umanista frisone allude qui di nuovo a quella tradizione antipetrarchista che, pur riconoscendo i meriti del poeta e del rinnovatore degli studia humanitatis, nutre seri dubbi sulla sua eloquenza ed eleganza di espressione, troppo vicina all'esempio di Seneca, contaminata ancora da qualche residuo di "barbarie" e, comunque, limitata della mancata conoscenza dei molti classici scoperti nel corso del Quattrocento. A coloro che nutrono queste riserve l'Agrippa risponde di essere ben disposto a riconoscere ad alcuni uomini di grande ingegno, ancora viventi o vissuti in tempi non lontani, alcune ragioni delle loro critiche. Ma non per questo cesserà di preporre il Petrarca a molti altri dotti che adesso godono una fama non oscura. Quel maestro fu il primo che, in un tempo di fosca "barbarie", ebbe l'audacia di ricondurre il "discorso" alle sue leggi più antiche; né può meravigliare che, talvolta, non abbia seguito perfettamente le regole rigorose dell'eloquenza latina. Del resto anche oggi, nonostante che i dotti umanisti siano ormai diventati, addirittura, una così grande "moltitudine", è assai raro trovare un "oratore" che soddisfi del tutto; e sono assai pochi coloro che possono meritare la lode di perfetti latinisti [48] .

Questa decisa e totale difesa del primato del Petrarca non trascura anche altri argomenti ai quali attribuisce un notevole peso. Il biografo e laudator ricorda che il Petrarca, a differenza degli auctores antichi più eruditi, non poté mai servirsi di un "giudice" o "emendatore dei suoi scritti. Non ebbe neppure la possibilità d' indugiare a lungo, come fanno gli scrittori contemporanei, nel "limare" ed "aguzzare le sue opere. Sicchè non erra chi ritiene che, in altre condizioni, avrebbe potuto ottenere una piena vittoria e, addirittura, gareggiare lodevolmente con gli antichi. Purtroppo, fu costretto anch'egli a subire le conseguenza della rozzezza del tempo in cui visse. Ma furono molti i grandi dotti della sua età che lo ritennero eccezionalmente superiore a tutti e in tutto, e, pur riconoscendo i limiti imposti dalle circostanze, lo proclamarono il primo ed il migliore nell'arte dell' eloquenza [49] .

Il deciso ed esplicito dissenso nei confronti dei critici quattrocenteschi del Petrarca ha, però, anche un altro fine, bene espresso nelle ultime battute della laus. L'Agricola si rivolge ai suoi contemporanei per ammonirli che, se non vogliono apparire ingrati e indegni di chi si è tanto adoperato per loro, debbono attribuire al Petrarca la massima lode ed onore e celebrare, illustrare ed esaltare il suo nome. Scrive che non si soffermerà ancora sulla superiorità delle sue virtù, la gloria del suo ingegno, il proposito dei suoi studi; e tacerà sulle tante cose da lui diligentemente ricercate, acutamente scoperte, sinceramente dette, disposte con grande ornamento oratorio ed esposte in modo splendido. Si chiede, però, chi sarà così ottuso da non condividere la sua lode, dopo aver constatato che il Petrarca aveva raggiunto il massimo splendore allora possibile nelle lettere e nell'erudizione; o chi sarà così pigro e tardo d'ingegno da rifiutare di arrendersi ai suoi argomenti, pur sapendo che il poeta aveva aveva compiuto le sue grandi imprese, senza poter contare su alcun predecessore o maestro, ma solo sul proprio impegno. E, ancora e con ironia, osserva che, tranne coloro che sono infelici per natura ed ingegno, tutti coloro che vivono ormai in un tempo di grande diffusione e del sapere e delle "arti"rinnovate dovrebbero essere almeno capaci di fare quanto era riuscito a compiere il "rozzo" Petrarca, costretto a vivere in un'età "iniquissima" [50] .

La conclusione che poi l'Agricola trae, a conclusione della sua orazione, è chiara ed esplicita: occorre che, seguendo la lezione del Petrarca, chiunque aspira al rinnovamento del sapere si impegni con tutte le sue forze, nello studio delle praeclarae artes. Il valore e la dignità di un tale impegno deve eccitare la volontà, e la speranza del successo confermare l'operosità del lavoro, in modo da conseguire facilmente, per quanto sarà possibile, questo fine così necessario. Petrarca, vindex restitutorque literarum, che profuse nuova luce e nuovo splendore a quanti giacevano oppressi da un perpetuo torpore, ha insegnato, con un grande e memorabile esempio, che, in natura, non è mai impossibile perseguire e raggiugere un fine honestum. E, dunque, vi sono buonee ragioni per sperare che adesso gli "uomini ottimi" siano concordi nel desiderare di ottenerlo.

Sono parole che l'Agricola rivolge ai suoi amici pavesi, rappresentati dalla personalità di un modesto giurista che non ha lasciato alcuna traccia nella storia della cultura umanistica. Ma è chiaro che il suo incitamento è rivolto anche ai suoi compagni "teutoni" e "borgundi", futuri protagonisti della nuova dimensione europea dell'Umanesimo che l'esempio dell'italus Petrarca dovrebbe guidare sul difficile cammino della renovatio litterarum et studiorum. Nel suo nome e nella sua opera è così già preannunziata la nascita di una cultura che non può avere confini e deve porre fine ad ogni forma di "barbarie", nel linguaggio e nell'eloquenza, ma anche nella vita, nei "costumi", nell'operare, e in tutte le forme della civilitas umana.



[1] Cfr., E. Kessler, Agricola und die Geschichte, in Rodolphus Agricola Phrisius (1444–1485). Proceedings of the International Conference at the University of Groningen 28–30 October 1985, Edited by F. Akkerman and A. J. Vanderjagdt, Leiden – New York – København – Köln 1988, pp. 58–78; part. pp. 58–60, 72–73.

[2] Cfr., L. Bertalot, Studien zum Italienischen und Deutschen Humanismus, Herausgegben von P. O. Kristeller, II, Roma 1975, pp. 1–29 (già pubblicato in "La Bibliofilia", 30 (1928/29), pp. 382–404). Ma v. anche J. Lindenboom, Petrarcha's leven, beschreven door Rudolf Agricola, in "Nederlandsch Archief voor Kerkgeschiedenis", N. S., 17 (1923), pp. 81–107; e, prima, A. Solerti, Le vite di Dante, Petrarca e Boccaccio scritte fino al secolo decimosesto, Milano 1904, pp.335–338; N. Quarta, I commentari quattrocenteschi del Petrarca, in "Atti della Reale Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti di Napoli", 23 (1905), pp. 320–322. Per la bibliografia delle opere a stampa dell'Agricola, v. G. C. Huisman, Rudolph Agricola: a bibliography of printede books and translations, Nieukoop 1985.

[3] Cfr.. Bertalot, op. cit., pp. 24–25; Th. E. Mommsen, Rudolph Agricola's Life of Petrarca, in "Traditio", 8 (1952), pp. 367–386, poi in Medieval and Renaissance Studies, ed. by E. F. Rice, Ithaca 1959, pp. 236–261.

[4] Cfr., A. Sottili, Notizie per il soggiorno in Italia di Rodolfo Agricola, in Rodolphus Agricola Phrisius, cit., pp. 79–95.

[5] Cfr. A. Sottili, L'Università di Pavia nella politica culturale sforzesca, in Gli Sforza a Milano e in Lombardia e i loro rapporti con gli Stati italiani e europei (1450–1535), Milano 1982, pp. 520–521; Id., Le contestate elezioni rettorali di Paul van Baenst e Johannes von Dalberg all'Università di Pavia, in "Humanistica Lovaniensia", 31 (1982), pp. 30–75; Id., "Tunc floruit Alemannorum Natio". Doktorate deutscher Studenten in Pavia in der zweiten Hälfte des 15 Jahrhunderts, in Humanismus in Bildungswesen des 15. und 16. Jahrhunderts, Weinheim 1984, pp. 25–44; Id., Zur Geschichte der "Natio Germanica Ticinensis". Albrecht von Eyb, Georg Hessler und die Markgrafen von Baden an der Universität Pavia, in "Zeitschrift für Geschichte der Oberrheine", CXXXII, N. F., XCII (1984), pp. 107–133; Id., Lauree pavesi nella seconda metà del Quattrocento, in Respublica Guelpherbytana, Wolfenbütteler Beiträge zur Renaissance– und Barokforschung. Festschrift für Paul Raabe, ed. A. Buck und M. Bircher, Amsterdam 1987, pp. 127–166; Id., Le lettere di Johannes Ruysch da Chieri e Pavia nel contesto dei rapporti tra umanesimo italiano e umanesimo tedesco, in "Annali della Scuola Normale di Pisa", XIX (1989), pp. 323–412; Documenti per la storia dell'Università di Pavia nella seconda metà del '400, I, (1450–1455) a cura di A. Sottili, Milano 1994; Lauree pavesi nella seconda metà del Quattrocento, I (1450–1475), a cura di A. Sottili, Milano 1995. Tutti gli studi del Sottili sono particolarmente importanti per la ricostruzione dell'ambiente universitario pavese e dei rapporti tra gli studenti transalpini ed i maestri e scolari italiani.

[6] Cfr. particolarmente: Sottili, Notizie per il soggiorno, cit., per il de Baenst, pp. 80–95; per lo Scrovegni, pp. 90–91.

[7] Cfr., Bertalot, op. cit., p. 21.

[8] Per l'importanza del periodo trascorso a Pavia dal Valla, tra il 1431 ed il '33, e le "stimolanti battaglie... combattute dalla cattedra...e con viva partecipazione studentesca, per il rinnovamento radicale dei procedimenti della ricerca", cfr., l'Introduzione di G. Zippel alla sua edizione critica di Laurentii Vallae Repastinatio dialectice et philosophie, I, Padova 1982, pp. IX–XI (ed ivi il rinvio alla letteratura relativa). Ma si v. anche P. Mack, Renaissance Argument. Valla and Agricola in the Tradition of Rhetoric and Dialectic, Leiden – New York – Köln 1993.

[9] Cfr., Sottili, Notizie sul soggiorno, cit., pp. 83–90, 95.

[10] Bertalot, op. cit. , p. 3.

[11] Perl'atteggiamento dei giovani umanisti, operanti nei primi decenni del Quattrocento, nei confronti del Petrarca v. le acute osservazioni di R. Fubini, Umanesimo e secolarizzazione dal Petrarca al Valla, Roma 1990, pp. 160–161. Per il giudizio nettamente negativo sul Petrarca fatto pronunziare al Niccoli dal Bruni. nei Dialogi ad Petrum Istrum, cfr., Leonardo Bruni, Opere letterarie e politiche, a cura di P. Viti, Torino 1996, pp. 113–115. Mi limito a citare questo passo sull'Africa: "Atqui nihil unquam tanta professione predicatum est, quanta Franciscus Patrarcha 'Africam' suam predicavit: nullus eius libellus, nulla fere maior epistola reperitur, in qua non istud suum opus decantatum invenias. Qui autem postea? Ex hac tanta professione nonne natus est ridiculus mus? An est quisquam eius amicus, qui non fateatur satius fuisse, aut nunquam illum librum scripsisse, aut scriptum igni damnasse?Quanti igitur hunc poetam facere debemus, qui, quod maximum suorum operum esse profitetur atque in quo vires suas omnes intendit, id omnes consentiant potius eius fame nocere quam prodesse? Vide quantum inter hunc et Maronem nostrum intersit: ille homines obscuros carmine suo illustravit; hic Africanum, hominem clarissimum, quantum in se fuit, obscuravit. Scripsit preterea 'Bucolicon carmen' Franciscus; scripsit etiam 'Invectivas', ut non solum poeta, sed etiam orator haberetur. Verum sic scripsit, ut neque in bucolicis quicquam esset quod aliquid pastorale aut silvestre redoleret; neque quicquam in orationibus quod non artem rhetoricam magnopere desideraret".

[12] Bertalot, op. cit. , cit., p. 19: "Sed quoniam exprimere totum eum, quatenus facultas datur, stat animus, indignum forte facturi videbimur, si eam partem gloriae suae negligamus, cuius ad omnem maxime pertinet fructum".

[13] Ibid. , pp. 3–5.

[14] Cfr., in particolare, E. Garin, La disputa delle arti nel Quattrocento, Firenze 1947..

[15] Bertalot, op. cit., p. 5.

[16] Ibid. , pp. 5–6.

[17] Ibid. pp. 7–8.

[18] Cfr., oltre, pp. ( da aggiungere sulle seconde bozze, seguendo l'impaginazione)

[19] Bertalot, op. cit., pp. 8–9. L'Agricola spiega pure che cosa i sonuli (sonetti), così chiamati "vernaculo sermone": " Est autem genus carminis non pedibus, sed solo numero syllabarum dimensum, syllabis similiter desinensibus constans, quod vulgus rytmos vocat, quamvis longe aliud esse rythmum his notum est, qui versus faciendi rationem tenent". Aggiunge che il Petrarca superò tutti coloro che prima e dopo di lui usarono lo stesso genere poetico.

[20] Come è noto non è facile stabilire con esattezza la data del soggiorno parigino dell'Agricola. A. Renaudet (Préréforme et Humanisme à Paris pendant les permières guerre d'Italie (1494–1517), Paris 1953², p.93, n.2) pensa ad una data prossima al 1460; e, comunque, la sua opera è ancora importante per la ricostruzione della cultura filosofica dominante a Parigi in quegli anni (pp. 25 sgg.).

[21] Cfr. C. Dionisotti, Ermolao Barbaro e la fortuna di Suiseth, in Medioevo e Rinascimento. Studi in onore di Bruno Nardi, Firenze 1955, I, pp. 218–253, Ma v. anche A. Maierù, Terminologia logica della tarda scolastica, Roma 1972.

[22] Bertalot, op. cit. , p. 9.

[23] Ibid. , p. 10.

[24] Ibid. , p. 11; e cfr. Aristoteles, Physica, 247b, 17–18. Ma si veda Bertalot, op. cit., p. 11, n. 11, dove sono proposte altre possibili fonti albertine e dantesche.

[25] Ibid. , pp. 11–12. Il Bertalot (p.12, n.1) rivia come "fonte" a Seneca, Dial. IX, De tranquillitate animi, 17, 9

[26] Cfr., Plato, Timaeus, 36 e 43a.

[27] Bertalot, op. cit. , p. 12.

[28] Ibid. , pp. 12..

[29] Ibid. , pp. 12–13.

[30] Ibid. , pp. 13–14. Il Bertalot ricordarda che nel 1477, dunque dopo la stesura della laudatio dell'Agricola, anche Marsilio Ficino, nella sua Vita Platonis (in Opera, Basileae, in officina henricpetrina 1576, I, p. 770), svolse considerazioni simili a proposito della morte del filosofo.

[31] Ibid. pp. 14–15.

[32] Ibid. , p. 14.

[33] Ibid. , p. 15

[34] L'Agricola sottolinea che il Petrarca non aveva potuto leggere il Bellum punicum di Silio Italico (scoperto nella primavera del 1417 da Poggio Bracciolini): "Dictus est seriore aetate ad omnem mentionem Africae ingemuisse , siue quod cognouerat praereptam sibi a Silio Italico palmam, qui Neronis temporibus bellum Punicum secundum scripserat, quanquam libros eos non fuisse notos sibi putem, quippe quos memoria nostra repertos esse constat, siue (quod propius vero crediderim) iuuenili gloriae cupiditate eos emiserat, in quibus postea, quum recoctis studiis suis castigatiore eos iudicio recensere desiderabat nonnihil et reuocare atque altius emendare semel elapsos e manibus erat serum". (Ibid.)

[35] Ibid. , pp. 15–16.

[36] Ibid. , p. 16.

[37] Ibid.

[38] Ibid. , pp. 16–17.

[39] Ibid. , p. 17.

[40] Ibid.

[41] Ibid. , p. 18.

[42] Ibid.

[43] Ibid.

[44] Ibid. , pp. 18–19.

[45] Ibid. , p. 19.

[46] Ibid.

[47] Ibid.

[48] Ibid. , pp. 19–20.

[49] Ibid. , p. 20.

[50] Ibid.



Autor (author): Cesare Vasoli
Dokument erstellt (document created): 2002-08-13
Dokument geändert (last update): 2002-08-20
WWW-Redaktion (conversion into HTML): Manuela Kahle & Stephan Halder
Schlussredaktion (final editing): Heinrich C. Kuhn